Gli anni della leggerezza

“Grande e unita, con le sue abitudini e tradizioni e battute ricorrenti”.

Invito alla lettura: Il perfetto primo romanzo di una lunga saga familiare, che accompagna il lettore per lunghe ore negli indolenti pomeriggi estivi o nelle profumate serate autunnali. Un romanzo dal sentore di classico che si prende tutto il suo tempo. Poco adatto a coloro che cercano letture veloci e dal ritmo avvincente.

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Ho meditato a lungo su come iniziare questa recensione e mi sono resa conto che l’unico modo fosse partire dalla fine, dalle sensazioni che si provano voltando l’ultima pagina del romanzo.

Chiudi il libro, una mano posata sul retro della copertina, il profumo delle pagine ancora nelle narici: per un attimo ti ritrovi persa, spaesata, confusa. Da un lato c’è il dolce piacere che si prova nell’aver terminato un’azione: anche questa storia è conclusa, tutti i fili sono stati ritrovati. Dall’altro però ti ritrovi a pensare: “Dove sono; Louise dov’è? Sarò in tempo per la merenda?”
Perché quando riemergo dalla lettura di un romanzo che sento mio, la sensazione è quella di aver vissuto fra le sue pagine, di aver ascoltato seduta sulla poltrona la voce dell’autore mentre mi raccontava la sua storia. Se poi il romanzo in questione racconta con estrema semplicità e realismo la vita di una famiglia l’effetto è ancora maggiore. Per molte ore, in questi tiepidi pomeriggi, io sono stata una Cazalet.

Gli anni della leggerezza è infatti il primo romanzo (di cinque) della saga famigliare dei Cazalet, una famiglia borghese proprietaria di un’industria di legnami, e ne segue le vicende durante le due estati del 1937 e del 1938.

Ci troviamo ad Home’s Place nel Sussex, un’ex-fattoria costruita verso la fine del XVII secolo, dove il Generale e la Duchessa, lasciata la vita di Londra, hanno deciso di stabilirsi insieme alla loro figlia nubile Rachel. Qui, tutte le estati, accolgono la loro grande famiglia in un ambiente ovattato, dove il tempo non sembra scorrere, governato dalle rigide regole della morale vittoriana.
Fra partite di tennis, pigri pic-nic sulla spiaggia e cene in abito da sera impariamo a conoscere tutti i personaggi. Tutti i componenti della famiglia (in cui includo anche i domestici) riescono infatti a trovare un proprio spazio e una propria identità nelle seicento pagine che lo compongono. Nonostante infatti la narrazione sia in terza persona, la famiglia Cazalet si svela e presenta a noi attraverso i pensieri di ogni singolo componente, i suoi dialoghi e soprattutto i suoi soliloqui. Come in tutte le grandi famiglie ogni persona è quello che crede di essere e allo stesso tempo come gli altri la vedono. Non viene mai dato un giudizio inequivocabile, ma il ritratto di ognuno è composto dai propri pensieri, da quello che si pensa degli altri e da quello che gli altri pensano di noi. Questo fa sì che ci si riesca ad affezionare maggiormente ai personaggi e che si vengano a creare preferenze e qualche volta vere antipatie. I personaggi che risultano più interessanti sono i bambini. La scrittrice riesce ad essere realistica nei loro dialoghi, nelle loro idee e soprattutto nei loro legami.

Edward disse: “E io? Non vuoi che anche io viva per sempre?”
“Non tanto quanto mamma. Però si, anche tu”.

L’indolente vita della famiglia è destinata a finire. Il titolo Gli anni della leggerezza (The Light Years in originale) presagisce l’arrivo di anni pesanti. Dalla seconda metà del volume, con l’approssimarsi della fine dell’estate, la staticità del romanzo nasconde un tumulto di paure e desideri che verranno scanditi dal radio-giornale.

Un lieto fine, tanto più amaro per il lettore, ben consapevole che il buio della Seconda Guerra Mondiale sta per inghiottire i Cazalet.

E noi? Viviamo anche noi in una società in cui la leggerezza ci impedisce di dare la giusta priorità e il giusto significato a ciò che accade intorno?


Focus: La donna scrittrice e la donna nella scrittura

Elizabeth Jane Howard, l’autrice del romanzo, è stata spesso trascurata dalla critica a causa delle sue scelte di vita e perché considerata una scrittrice per donne (Troverete un approfondimento della sua figura nella rubrica Pezzo d’uomo).
Ma cosa significa essere una scrittrice per donne? E perché mai una scrittrice dovrebbe essere discriminata per questo motivo?

Trovo ironico che alcuni spunti per rispondere a queste domande possano trovarsi proprio all’interno delle sue opere.

La Duchessa apparteneva a un sesso e a una generazione la cui opinione non era richiesta se non per malattie infantili e faccende casalinghe, ma questo non voleva dire che non avesse preoccupazioni più serie: semplicemente, queste facevano parte del vasto repertorio di argomenti di cui non si parlava e men che meno si discuteva tra donne, e non perché, come nel caso delle funzioni corporee, fosse sconveniente, ma perché era del tutto inutile che le donne s’interrogassero sulla politica e sulle vicende del genere umano.

Da questo breve brano si comprende quando fortemente la Howard criticasse il gentil sesso.
Villy, ad esempio, per amore verso il marito e per adeguarsi alla morale della famiglia lascia la carriera di ballerina per incarnare lo stereotipo di madre e moglie perfetta, ruolo che non la appaga ed è molto lontano dalle sue aspettative. Per non aprire gli occhi e accettare la sua vera condizione cerca di occupare il suo tempo con gli hobby più stravaganti e inutili.
Le sue non sono però pagine di critica, quanto di analisi. Perché la debolezza delle sue donne è dovuta anche alla poca considerazione di cui godono nella società: istruite in casa; allevate per compiacere e intrattenere; economicamente dipendenti.
Infatti Rachel, nonostante aiuti il Generale con le sue attività, a differenza dei fratelli non percepisce uno stipendio, ma dipende dalle finanze dei genitori rendendola di fatto a loro subordinata.
L’importanza dell’indipendenza economica per la carriera di una donna è uno dei tempi fondamentali affrontati anche da Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé.

Per le donne la scrittura era da considerarsi un’occupazione secondaria, un hobby.
Hilary Mantel nella postfazione a Il tempo dell’attesa (il secondo romanzo della saga dei Cazalet) scrive a proposito della Howard:

Il loro matrimonio (con Kingsley Amis, anche lui scrittore), come amava ripetere Martin Amis, era dinamico ma il lavoro del marito era sicuramente privilegiato rispetto al suo, che era invece considerato come qualcosa di incidentale, da subordinare ai naturali obblighi domestici di una moglie.

Altra forte discriminante sono i temi affrontati. In una società patriarcale come quella occidentale esiste una gerarchia di tematiche: occuparsi della vita privata è meno importante che scrivere di quella pubblica; non bisogna analizzare e descrivere con delicatezza, ma turbare e provocare il lettore.
Le scrittrici hanno in molti romanzi cercato di analizzare il mondo in cui erano rinchiuse – basti pensare a Una gita al faro della Woolf, a Jane Austen, a Simone de Beauvoir – ridando dignità di interesse ad un mondo sommerso considerato inferiore, solo perché non era appannaggio degli uomini.

Queste scrittici e le donne protagoniste dei loro romanzi devono continuare a prendere vita attraverso la lettura: perché non si dimentichi mai del lungo percorso che ha portato alla nostra attuale posizione; perché attraverso di loro si possa continuare ad analizzare la nostra società, ancora fortemente patriarcale e che aiuti uomini e donne di domani a considerarsi uguali ma diversi. Perché guardare il mondo sotto varie prospettive non può che renderlo migliore e più ricco.

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