Chi è morto alzi la mano

“Se la porto qui, vedete di non puntarla come una preda. Siate naturali.”
Marc uscì e Lucien domandò a Mathias come si faceva ad avere un’aria naturale.
“Bisogna mangiare,” disse Mathias. “Uno che mangia non può fare paura.”
Mathias prese l’asse e tagliò due fettone di pane. Ne allungò una a Lucien.
“Ma io non ho fame,” si lamentò Lucien.
“Mangia quel pane.”
Mathias e Lucien avevano appena addentato le loro fette quando comparve Marc, sospingendo delicatamente una giovane donna silenziosa e stanca, che si stringeva al petto un bambino già grandicello. Per un attimo Marc si chiese perché Mathias e Lucien si fossero messi a mangiare pane.

Invito alla lettura: Un giallo “giallo”, un noir solare dall’ironia che ti fa sorridere. Consigliato a tutte le persone che amano personaggi forti e un po’ surreali e i casi in cui anche il lettore può facilmente scoprire chi sia il colpevole prima della grande rivelazione scritta.

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Chi è morto alzi la mano, il titolo, delinea già perfettamente lo stile che di pagina in pagina ci accompagnerà lungo tutta la nostra lettura. Chi è morto alzi la mano (Debout les morts) funziona. E’ un titolo a cui si ripensa. E’ una frase che sa di noto, di conosciuto, a cui ci si avvicina con naturalezza, ma che dopo un attimo fa sorridere. Dovrebbe richiamare immagini apocalittiche, di non morti, far storcere il naso per la sua irriverenza; e invece fa sorridere, un sorriso allegro e sorpreso, il sorriso di una persona che capisce di essere stata gabbata.
Ed è questa l’essenza del romanzo.
Guardi il libro; la sua copertina austera; il nome dell’autrice; leggi la quarta di copertina:

Una scomparsa, un assassino e un macabro nascondino. Tre giovani storici allo sbando e uno in disarmo non sembrano la squadra più idonea per risolvere un caso di omicidio delicato e sfuggente. Eppure, a volte, istinto e improvvisazione arrivano più lontano di quanto si possa immaginare…

e le aspettative sono di un giallo, di un noir.

Ma il titolo dice tutto.

Il mistero c’è, i morti anche, però non è solo questo.

Il vero punto di forza del romanzo sono i personaggi e i loro dialoghi.

In particolare Marc, Mathias e Lucien, tre trentacinquenni “nella merda” divisi da millenni di storia.

Essere storici è ciò che li definisce e il periodo storico cristallizza le loro caratteristiche, rendendo i personaggi meno realistici, più surreali e infinitamente più interessanti (Impossibile durante la lettura non iniziare ad usare il gergo di Lucien).

Mathias è uno studioso di Preistoria (“biondo, con i capelli troppo stopposi per essere pettinati decentemente, indifferente, per non dire ostile, nei confronti di tutto quello che è accaduto dopo il 10000 A.C.”); Marc è un medievalista (“minuto capelli e vestiti neri, una mano carica di grossi anelli d’argento, un volto spigoloso”); Lucien studia la Grande Guerra, (“un contemporaneista agitato, con le guance smorte, la ciocca di capelli castani sempre sugli occhi, la cravatta stretta al collo, la giacca grigia, le scarpe di cuoio scalcagnate ma inglesi (…) un inafferrabile miscuglio di rigidità e lassismo”).

A legarli al presente Vandoosler, lo zio – e il padrino – di Marc (“Armand Vandoosler è un vecchio sbirro corrotto. Ma sempre sbirro e sempre corrotto, statene certi. Però c’era il volto. Di una bellezza consumata che faceva ancora il suo effetto. Tratti marcati ma non duri, un naso arcuato, labbra irregolari, occhi triangolari dallo sguardo pieno, tutto era fatto per sedurre, e sedurre in fretta”).
Armand Vandoosler incarna lo stereotipo del poliziotto dannato hardboiled che si contrappone allo “stile investigativo” di stampo più classico, quasi alla Holmes, dei tre Evangelisti.

Sotto quelle volte a tutto sesto, sembravano tre statue viste di spalle. La statua di Lucien a sinistra, quella di Marc al centro, quella di Mathias a destra. San Luca, san Marco e san Matteo, ognuno pietrificato nella propria alcova. Dei tipi strani e degli strani santi.

I quattro uomini vivono in una “topaia” (“quattro piani con giardino contando il sottotetto, in una via fuori dal mondo e in uno stato disastroso. Buchi dappertutto, niente riscaldamento e bagno all’esterno. Strizzando gli occhi, una meraviglia. Tenendoli normalmente aperti, una tragedia”) fra il Fronte Orientale e quello Occidentale (altro chiaro indizio).

Dalla trincea partirà l’indagine fatta di piccoli indizi che si accumulano grazie a quotidiani appostamenti alle finestre, ad analisi deduttive e ad amichevoli interrogatori.

La conclusione del caso (e del romanzo) appare come un colpo di scena mancato, ed è in effetti la parte che ho trovato più debole nella lettura. Questa sensazione appare tale perché si tratta di un giallo in cui il lettore ha tutti i dettagli necessari per risolvere da solo il caso. Dettagli che come vedremo nel Focus, sono anche letterari.
E la bussola per non perdersi in quello che sembra il caos delle indagini, le parti slegate è proprio il faggio, l’elemento motore, l’inizio e la fine.

“In realtà si tratta di un albero,» continuò Marc, «un giovane faggio. Non so cosa stia cercando e quindi non so nemmeno se possa interessarla. Io, quell’albero, non riesco a togliermelo dalla testa, ma nessuno mi dà retta. Vuole che le racconti?»
Dompierre annuì e Mathias gli avvicinò un posacenere. Ascoltò la storia con molta attenzione.
«Capisco,» disse. «Ma non è questo che cercavo. Per il momento, non vedo il nesso.»
«Nemmeno io,» disse Marc. «A dire il vero, credo che non c’entri niente. Eppure ci penso. Continuamente. Non so perché.»”


Focus: Caccia alla balena bianca

Juliette, che lui aveva baciato sulla fronte, la balena bianca, la balena assassina.

Per il lettore più attento la caccia all’assassino si trasforma nella caccia alla balena bianca e alla citazione da Moby Dick.

Come ho accennato nella recensione gli indizi che portano il lettore a poter intuire il colpevole molto prima della fine del romanzo sono molti. E se si segue la pista lasciata sulla balena bianca la colpevolezza di Juliette ci viene svelata già nella sua prima descrizione.

Certo, Juliette era conturbante, malgrado avesse cinque anni più di loro – informazione che Vandoosler aveva raccolto e diffuso. Pelle bianca, braccia sode, abito piuttosto stretto, viso tondo, lunghi capelli biondi. E la risata, soprattutto

Vandoosler si levò dalla testa le spalle di Juliette, la cui vista gli procurava sempre un leggero fremito, soprattutto quando lei si chinava a prendere un bicchiere.

Ovviamente la sua vera natura viene rivelata esplicitamente solo dopo la sua cattura:

Juliette guardò gli uomini disposti attorno a lei a semicerchio. Buttò indietro la testa e sputò su Marc. Marc chinò il capo. La coraggiosa Juliette dalle spalle lisce e bianche, dal corpo e dai sorrisi accoglienti. Tutto quel corpo chiaro nella notte, morbido, rotondo, pesante, che sputava.

All’interno del romanzo è, invece, il personaggio di Vandoosler a introdurre per primo riferimenti a Moby Dick:

Ci fu un silenzio pesante. Vandoosler si frugò nelle tasche e ne estrasse due monete da cinque franchi. Scelse la più lucida e scomparve in cantina, dove avevano ammucchiato gli attrezzi. Si udì la breve vibrazione di un trapano. Vandoosler riapparve con la moneta bucata e con tre colpi di martello la piantò nella trave sinistra del camino. «Hai finito di dare spettacolo?» gli domandò Marc. «Visto che abbiamo parlato di balene,» rispose Vandoosler, «ho piantato una moneta sull’albero maestro. Andrà a chi arpionerà l’assassino.» «È proprio necessario?» chiese Marc. «Sophia è morta, e tu, tu ti diverti. Ne approfitti per fare il cazzone, il capitano Achab. Sei irriverente.» «Non è uno scherzo, è un simbolo. Piccola sfumatura. Pane e simboli. Due cose fondamentali.» Chi è morto alzi la mano

Avuta la mazza da Starbuck l’alzò e camminò verso l’albero maestro, mostrando la moneta d’oro con l’altra mano, e gridando a piena voce: «Chi di voi mi segnala una balena con la testa bianca, la fronte rugosa e la mandibola storta, chi di voi avvista questa balena bianca con tre buchi nella pinna destra della coda, guardate! Chi segnala questa balena avrà quest’oncia d’oro, ragazzi!»
«Urrà! Urrà!» gridarono i marinai, e agitando i cappelli d’incerata festeggiavano i colpi che inchiodavano l’oro sull’albero.
«Una balena bianca, ripeto.» tornò a dire Achab gettando via la mazza, «una balena bianca. Tenete gli occhi aperti, marinai. Attenti all’acqua bianca. Anche se vedete una bolla, segnalate.» Moby Dick

Queste sono solo alcune delle citazioni più o meno esplicite. Purtroppo non ho ancora letto integralmente l’opera di Melville, ma prometto di immergermi quanto prima nella sua lettura per poter aggiornare questo Focus.
Soprattutto per poter trovare risposta alla domanda: coma mai la moneta deve essere divisa in dodici pezzi?

“Vandoosler lanciò in aria la moneta da cinque franchi bu­cata e la riafferrò con una mano.
«Questa la buttiamo,» disse. «Non possiamo mica ta­gliarla in dodici pezzi.»
«Non siamo in dodici,» disse Marc. «Siamo in quattro.»
«Tu la fai troppo semplice,» disse Vandoosler.
Il suo braccio guizzò e la moneta tintinnò da qualche par­te, abbastanza lontano. Lucien si era alzato in piedi sul bi­done, per seguirne la traiettoria.
«Addio, soldo del soldato!»”

Se conoscete la risposta, la sezione commenti vi aspetta.

Se invece come me non hai mai letto Moby Dick e vuoi iniziare subito la lettura, puoi acquistare il libro qui: Moby Dick

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