Le luci di settembre

[…] una voce incagliata nella nebbia che, in mancanza di altra consolazione, aveva scelto lei come depositaria dei suoi segreti, delle sue memorie e dell’enigma di quella notte, una notte di settembre che l’avrebbe portata alla morte nelle fredde acque dell’isolotto del faro.

Invito alla lettura: Magia, mistero e avventura si intrecciano in questo romanzo scritto pensando a giovani lettori. Lette sotto le coperte, quando la notte è più lunga del giorno, le atmosfere gotiche del racconto di Zafón riescono a creare un mondo vivido e spettrale, capace di rubare brividi lungo la schiena anche ad un lettore adulto.

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La nebbia.
Una fitta nebbia, quasi ossessivamente, ricopre il piccolo paese della Normandia in cui è ambientata la storia:

Per qualche secondo Simone ammirò a bocca aperta lo spettacolo, lo sguardo intrappolato nella nebbia evanescente che danzava salendo verso la volta.
Tutto era rimasto intatto, avvolto da una cappa di nebbia prodotta, anno dopo anno, dall’umidità.
Il giorno successivo sorse avvolta in un manto di bruma.

e anche la costruzione della storia sembra voglia imitarla. Si procede piano, con indizi che appaiono indefiniti, finché non si riesce a mettere a fuoco e ci si ritrova catapultati in un incubo che soltanto la luce del mattino potrà portare via. Non a caso Le luci di settembre è il terzo romanzo della Trilogia della nebbia, ed è questo elemento a legarlo agli altri due.

Tutto l’evolversi della trama si basa proprio sull’alternanza di luce e ombra, di sogno e realtà.

Durante l’estate del 1937 Simone Sauvelle, rimasta all’improvviso vedova, abbandona Parigi assieme ai figli, Irene e Dorian, e si trasferisce in un piccolo paese sulla costa per sfuggire agli ingenti debiti accumulati dal marito. Trova lavoro come governante per il facoltoso fabbricante di giocattoli Lazarus Jann in una gigantesca magione chiamata Cravenmoore, dove l’uomo vive con la moglie malata. Tutto sembra andare per il meglio. Lazarus si dimostra un uomo gradevole, tratta con riguardo Simone e i figli, a cui mostra i giocattoli meccanici che crea mentre Irene si innamora di Ismael, un giovane pescatore. Ma l’atmosfera lentamente diventa irreale, onirica.

Era un pezzo perfetto, di una bellezza sovrannaturale. La complessità del meccanismo portava con sé gli echi di una scienza misteriosa e affascinante.

Era qualcosa di più di una semplice macchina, quella sinistra figura. Qualcosa si era rifugiato al suo interno, trasformandola in una marionetta infernale, una presenza palpabile e malefica.

Non c’era un solo animale vivo in quel bosco! L’unica presenza tangibile era quella degli esseri meccanici che apparivano e scomparivano tra le ombre, senza che si riuscisse mai a immaginare da dove venivano e dove si dirigevano.

E quella che all’inizio sembrava una storia di omicidi, diventa un racconto gotico e sovrannaturale.

Zafón nell’introduzione scrive: “Nello scrivere quelle pagine ho cercato di creare il genere di narrativa che avrei apprezzato da ragazzo, ma che avrebbe continuato a interessarmi a ventitré anni, o quaranta, o a ottantatré.”
E in questo romanzo riesce nella sua impresa. La storia infatti pur basandosi sui temi classici di un’avventura paurosa per giovani lettori (il primo amore, una casa spettrale, le marionette meccaniche che sembrano prendere vita), pur basandosi su di una trama lineare, i cui colpi di scena per un veterano della lettura risultano prevedibili, riesce grazie alle atmosfere create e alla scrittura evocativa ad intrattenere anche un pubblico più vario.
Il punto di forza del romanzo è infatti proprio il suo stile narrativo: scorrevole, leggero ed evocativo grazie al grande impiego di similitudini e metafore. È possibile qui rintracciare in forma embrionale le tematiche e le caratteristiche che renderanno famoso lo scrittore più adulto, sebbene rispetto allo scrittura più matura dell’Ombra del vento alcune siano azzardate e poco coerenti. L’immaginario attinge a campi semantici lontani e slegati fra loro, senza che si possa ricondurli ad un’unica ispirazione coerente. Ad esempio un lampo può assomigliare al bagliore metallico di un carro armato e di seguito il riflesso dell’acqua sulla battigia ad una sottile garza, e ancora la lancetta dei secondi di un orologio rotto ad un’anguilla.

All’orizzonte sul mare si distingueva il bagliore di una tempesta elettrica che accendeva tra le nuvole manti di luce, simili a carri armati di metallo incandescente.

[…] erano un giardino di smeraldi trasparenti e il fondo sabbioso sfavillava come in un velo di garza bianca ai loro piedi.

Il quadrante era pieno d’acqua e la lancetta dei secondi, staccata dal perno, emulava un’anguilla pietrificata in un acquario.

In conclusione Le luci di settembre è un romanzo da divorare pagina dopo pagina, a tratti simile ad una fiaba. Perfetto da leggere sotto le coperte per riscoprire lo stupore di quando si era più piccoli.


Focus: I luoghi di Zafón

Quello che maggiormente colpisce dei libri dell’autore catalano è l’intima connessione che esiste fra le vicende dei protagonisti e i luoghi in cui si snodano. Luoghi che talvolta diventano dei veri e proprio personaggi.

La Normandia e il piccolo villaggio di pescatori che affaccia sull’oceano hanno un che di sublime e tragico.
La Grotta dei Pipistrelli, ad esempio, viene descritta così:

Quel posto sprigionava un’atmosfera avvolgente e ipnotica. Per qualche secondo a Irene parve di trovarsi all’interno del grande salone di un palazzo scolpito nella roccia, in un luogo leggendario che poteva esistere soltanto nei sogni.

Ma solo poche righe dopo:

Di colpo la magia del luogo si fece minacciosa. Irene immaginò la grotta riempirsi d’acqua gelata, senza possibilità di scappare.

Parigi diviene grigia, triste, molto diversa dalla città dell’amore e dell’arte a cui è solitamente associata. Questo perché è la città natale di Lazarus Jann – il quartiere di Les Gobelins – e il luogo dove la famiglia Sauvelle perde il padre e il benessere economico.

Probabilmente lei conosce la zona, un rione povero e imbruttito da vecchi edifici bui e insalubri. Una cittadella spettrale e grigia, dalle strade anguste e miserevoli. […] Parte della facciata era puntellata per le minacce di crolli, ma nessuna delle famiglie che occupavano il palazzo era in condizione di trasferirsi in una casa migliore.

Per non parlare dell’imponente Cravenmoore, che diviene un vero e proprio personaggio all’interno del racconto. La dimora, infatti, sembra avere un’anima, un cuore pulsante. Immagine rafforzata dall’enorme quantità di creature meccaniche che la abitano e che prendono vita in maniera inaspettata.

Ora la curvatura dei muri diventava più pronunciata, e il tragitto si trasformava a poco a poco in un esofago claustrofobico scavato nella pietra.

Credo che alcuni luoghi, palazzi millenari che si possono contare sulle dita di una mano, siano molto più che semplici edifici; sono vivi. Hanno un’anima e un modo di comunicare con noi. Cravenmoore è uno di questi luoghi. Nessuno sa quando fu costruita. Né chi la costruì e perché. Ma quando questa casa mi parla, io ascolto…

Le cattedrali, infine, non sono presenti nel romanzo come luogo fisico, ma vengono usate in molte occasioni come termine di paragone per descrivere altre strutture oppure evocare precise sensazioni.

Aveva una grande fabbrica nel quartiere di Les Gobelins. L’edificio assomigliava a un’enorme cattedrale che si ergeva fra le tenebre in quel quartiere spettrale e pieno di pericoli e miseria.

Vide di nuovo quelle luci di rame e d’argento che disegnavano capricciosi acquerelli di fumo. Sentì di nuovo l’intenso aroma della cera bruciata, le voci che sussurravano nelle penombra e la danza invisibile di centinaia di ceri che avevano stregato i ricordi della sua infanzia: l’antica cattedrale di Saint-Etienne.

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