DALÍ – Il sogno del Classico

“Invece di sperimentazione, tradizione. Invece di reazione o rivoluzione, RINASCIMENTO.”

Invito alla visita: Una mostra unica e ben strutturata per gli amanti di Dalí; per le persone che vogliono scoprire aspetti inediti del pittore e il suo amore per i Maestri italiani; per tutti coloro che si trovano a trascorrere un fine settimana a Pisa. Sconsigliata a coloro che si aspettano di vedere le opere più famose dell’artista. Ottimo il supporto dell’audioguida.

Informazioni utili: www.mostradalipisa.it


Dopo Mirò e Picasso, Palazzo Blu presenta Salvador Dalí attraverso un percorso tematico molto specifico: Il sogno del Classico.

La mostra insiste sull’importanza dell’Italia, del Rinascimento e in particolare di Michelangelo nell’opera di Salvador Dalí.

L’artista pone alla base della creazione e dell’innovazione proprio una profonda conoscenza e un grande rispetto per l’arte del passato: Velàzquez, Vermeer, Michelangelo e Raffaello.

Cominciate col disegnare e col dipingere come i vecchi maestri, dopo di che fate come vi pare – sarete sempre rispettati.

Nelle sue opere da una parte lavora nell’assoluto rispetto del passato, dall’altra avverte la necessità di superarlo tramite l’innovazione costante attraverso il metodo paranoico-critico, il suo maggiore contributo al surrealismo.

La mostra – dall’allestimento impeccabile come ormai consuetudine per Palazzo Blu – viene aperta da quattro dipinti: La Trinità, Paesaggio di Port Lligat, Sant’Elena a Port Lligat e Angelo di Port Lligat, dove è possibile notare una svolta mistica e religiosa nella sua arte avvenuta grazie all’amata Gala.

La mia pittura non può essere compresa se non si conosce Port Lligat.

Dopo aver conosciuto questo territorio a cui è legato fin dall’infanzia, ci immergiamo nella Divina Commedia attraverso l’intera serie di xilografie che avrebbero dovuto illustrare il poema di Dante Alighieri. Furono commissionate dell’Istituto Poligrafico dello Stato italiano in vista della commemorazione per i settecento anni della nascita dell’autore. Dopo due anni di lavoro vennero realizzate 102 illustrazioni utilizzando soprattutto acquerello, gouache e sanguigna su carta in formato folio.
Sono rimasta particolarmente colpita dalla capacità di tratteggiare Dante in quasi tutte le stampe, rendendolo allo stesso tempo sempre diverso ma riconoscibile e ben caratterizzato.
Le opere, esposte prima in una mostra a Palazzo Pallavicini a Roma, non ottengono un parere positivo unanime dalla stampa. Vari articoli ribadiscono che la nazionalità straniera di Dalì faceva di lui l’artista meno idoneo ad illustrare l’opera del genio italiano e le sue creazioni vennero bollate come pornografia realizzata a spese dello stato. Il governo italiano decise così di recedere dalla commissione.
Venire a conoscenza di questo spiacevole episodio mi ha fatto vergognare e arrabbiare. Lo stile di un artista può piacere o non piacere, ma commissionargli un’opera significa accettare che sia libero di esprimersi. Dalí era una personalità già ben delineata e conosciuta: da lui non ci si poteva aspettare opere diverse.
Fortunatamente l’artista spagnolo offrì i diritti di riproduzione a Joseph Forêt, un editore parigino, che nel 1963 pubblicò un’edizione integrale della Divina Commedia con le stampe originali degli acquerelli.

Nella parte centrale delle stesse sale si sviluppa il terzo percorso tematico: la serie Michelangelo.
Dalí aveva visitato per la prima volta l’Italia nel 1935 e vi era tornato più volte nell’arco della sua vita. I suoi erano viaggi studio: è necessario confrontarsi con le creazioni degli altri artisti per evitare di ripetersi nel proprio lavoro e per creare un linguaggio originale sempre fedele alla propria natura.

Tutto mi influenza, nulla mi cambia.

Eppure è solo negli anni Ottanta, nell’ultima fase della carriera, che torna a volgere il suo sguardo all’opera di Michelangelo. Lavora partendo dalle illustrazioni dei numerosi libri d’arte che l’hanno sempre accompagnato. Una volta scelta l’opera e i dettagli da includere, il materiale viene quadrettato e riportato sulla tela da Isidor Bea, suo assistente dalla fine degli anni Cinquanta. A questo punto il maestro completa i dipinti e dà loro il tocco finale, reinterpretando a suo modo l’opera iniziale.
Ciò che colpisce è la capacità con cui riesce a conservare la solidità e la concretezza dell’opera scultorea aggiungendo al contempo dinamismo tramite una pennellata energica, variando sapientemente il tocco e dosando abilmente il colore.

Ho particolarmente apprezzato Senza titolo. Cristo dalla Pietà di Palestrina e Senza titolo. Giuliano de’ Medici dalla tomba di Giuliano de’ Medici di Michelangelo.

La mostra si conclude con 30 disegni e acquerelli che raccontano la leggendaria vita di Benvenuto Cellini. Viene infatti incaricato nel 1945 dall’editore Doubleday & Company di illustrare una nuova edizione della Vita dell’orafo fiorentino – un artista ribelle, controverso e indipendente. Dalí lo conosceva già, ed era ben presente nel suo immaginario e nel suo linguaggio figurativo, perché ambiva anch’egli a incarnare il ruolo di artista poliedrico e multidisciplinare che Cellini ricopre nel Cinquecento. Da lui trae ispirazione sia nell’arte sia soprattutto nella vita.
Le affinità fra i due artisti sono numerose: la modestia è a loro estranea e sono accumunati dall’enfasi autocelebrativa; sono dotati di una fervida immaginazione e di una profonda intensità espressiva; sono fortemente legati alla loro terra d’origine.

Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso piacere: quello di essere Salvador Dalì.

Si conclude così una mostra dalle tematiche ben definite, forse un po’ troppo specifica, ma che trova in Toscana la sua collocazione ideale. Dopo la visita alla mostra si può prendere un treno e fuggire a Firenze per ammirare le opere rinascimentali.

Potete trovare il catalogo qui: Dalì. Il sogno del classico


(Quasi un) Focus: Influenze del mondo scientifico nell’arte

Più che un focus, spunti e domande.
Sono rimasta particolarmente incuriosita dalle tele della fase mistico-nucleare; più a livello concettuale che visivo. Si tratta di una serie di dipinti influenzati dalle scoperte scientifiche, in particolare dai test nucleari e relative conseguenze, e dalla scoperta del DNA e della sua struttura.

Da allora l’atomo fu il principale oggetto dei miei pensieri. In molti scenari da me dipinti in quel periodo trova espressione la grande paura che mi assalì allorché appresi la notizia dell’esplosione della bomba atomica. Decisi di utilizzare il mio metodo paranoico-critico per sondare quel mondo.

Questo mi ha portato a riflettere su quanto il progresso scientifico così rapido dal 1900 ad oggi abbia influenzato l’immaginario artistico: non parlo solo di pittura, ma anche della scrittura, del cinema. Quanto forte è stata quest’influenza? Ci sarà stato un fenomeno simile anche con la rivoluzione scientifica del 1600? Riusciamo a comprendere la portata del cambiamento che tali scoperte stanno apportando nella nostra quotidianità? Riusciamo ad apprezzarne la bellezza?

Se siete in grado di rispondere a queste domande, oppure se avete tesi in merito sarei contenta che questo Focus fosse scritto dai lettori. Lo spirito con cui è nato Pezzi di carta è proprio la condivisione e un accrescimento reciproco.

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