Sulle mappe – Il mondo come lo conosciamo

“In mano avete il catalogo di questa mostra, che ha inizio in una biblioteca sulla costa mediterranea dell’Egitto.”

Invito alla lettura: per gli amanti dei viaggi, per gli appassionati di storia e geografia, per i nostalgici. Per tutti quelli che hanno visitato la Galleria delle carte geografiche all’interno dei Musei Vaticani. Per tutte le persone curiose. Desistano i detrattori della Corona.

Se vuoi iniziare subito la lettura, poi acquistare il libro qui: Sulle mappe. Il mondo come lo disegniamo

Simon Garfield con On the map ci invita alla sua personale mostra sulla cartografia. E non sono riuscita a trovare modo migliore per descriverla se non attraverso le sue parole.

«Ma lo si potrebbe pensare anche come una visita guidata a una mostra. Per forza di cose si tratta di una mostra immaginaria, dato che contiene cose che non sarebbe possibile riunire in un unico luogo: impressioni del mondo greco antico andate perdute da secoli, celebri tesori provenienti dalle università di tutto il mondo, una selezione di strabilianti esemplari conservati presso la British Library o la Library of Congress, rarità dalla Germania, da Venezia e dalla California. Vi compaiono manoscritti, carte nautiche, atlanti, screenshot e app per cellulari. Tra gli articoli esposti ce ne sono alcuni più importanti e altri meno, e certi sono messi in mostra per puro divertimento. Troveremo gli oggetti più disparati: mappe di povertà e di ricchezza, mappe cinematografiche e mappe del tesoro, mappe con predilezione per le piovre, carte dell’Africa, dell’Antartide e di luoghi mai esistiti. Alcune illustreranno come è fatto il mondo, mentre altre si focalizzeranno su una strada o sulla rotta di un aeroplano in volo verso Casablanca. Un grande spazio dovrà essere riservato a coloro che ci faranno da guida: mercanti presuntuosi, topografi scrupolosi, filosofi dalla fantasia fervida, collezionisti dalla mani bucate, navigatori inaffidabili, escursionisti fischiettanti, inesperti produttori di mappamondi, curatori in preda all’ansia, affascinanti neuroscienziate e avidi conquistadores. Fra di essi compariranno nomi celebri (Claudio Tolomeo, Marco Polo, Winston Churchill, Indiana Jones) e nomi meno celebri: un monaco veneziano, un mercante di New York, un “mappatore di cervelli” londinese, un imprenditore olandese, il capo di una tribù africana.»

Difficilmente si può resistere all’acquisto del biglietto con una simile presentazione.

Simon Garfield, come nei suoi precedenti scritti (Sei proprio il mio typo e L’arte perduta di scrivere le lettere), riesce a prendere elementi semplici, parte della nostra quotidianità, oggetti dal fascino desueto e a renderli ricchi di vita, spunti attraverso cui parlare della nostra storia e della nostra cultura. La forma può cambiare, le aziende di riferimento anche, ma restano sempre indispensabili e fascinosi.

L’autore ha la capacità di costruire saggi affascinanti e coinvolgenti: dosando molto bene le informazioni più rigorose e gli aneddoti, rendendo la lettura informativa e divertente allo stesso tempo. Una di quelle letture trampolino che ti invogliano ad approfondire gli argomenti trattati.

Sapete per esempio l’origine del termine orientare? Nelle mappe antiche l’est (l’oriente) era posto in corrispondenza del lato superiore.

Peccato solo che sembri scrivere per un pubblico ben delineato: britannico e adulto. La maggior parte degli approfondimenti sono legati al Regno Unito e avrei gradito un po’ di spazio in più dedicato anche alla cultura orientale oppure africana. Molto forte è anche il sentimento nostalgico verso un’era precedente gli anni del predominio digitale.

Tutto questo però non intacca questo viaggio straordinario che racconta il valore di essere uomini.

Perché quando guardiamo una mappa (di qualsiasi genere, in qualsiasi formato, di qualunque epoca), vi troviamo soprattutto noi stessi e la nostra storia.

Non ho saputo resistere alla tentazione di ricreare anche una parte della mia storia attraverso di loro.


Mappe di me

I miei primi approcci con una mappa sono stati da bambina, durante l’estate. Con la mia famiglia e un nutrito gruppo di amici eravamo soliti trascorrere le estati sulle Alpi. Ero molto piccola e sbirciavo sulla punta dei piedi gli uomini che stretti intorno ad un tavolo con fare da grandi esploratori progettavano l’escursione per il giorno seguente, combattendo con curve di livello, bussole e segnaletica di montagna. Mi sembrava un linguaggio difficile, criptato, un po’ noioso, il mio disinteresse per la geografia ebbe la meglio e non riuscii mai ad imparare quel linguaggio segreto.

Almeno finché il mio carattere competitivo e il desiderio di essere diversa non ebbero la meglio.

Le donne non sanno leggere le mappe, non hanno il senso dell’orientamento.

Nel Capitolo 19 Le donne non sanno leggere le mappe. Chi l’avrebbe detto? l’autore evidenzia come passando dal 1977 al 1999 «i residenti di ambedue i generi manifestarono un elevato senso di sicurezza». Questo sentimento credo sia legato all’emancipazione femminile, le donne più libere di spostarsi, non più accompagnate, hanno dovuto imparare ad orientarsi da sole, acquistando fiducia. Non metto ovviamente in discussione il fatto che il cervello maschile e quello femminile lavorino in maniere differenti.

La sola idea che mi fosse precluso qualcosa per il mio sesso bastò per farmi decidere che fosse il momento di leggere una cartina. E devo dire che fu molto semplice: bastava un po’ di impegno. L’unico motivo per cui non sapevo leggerle, era perché non mi era mai servito. Così quando mi trasferii in una città nuova, per i primi due anni, girai con la mia fida cartina costantemente in borsa. Ero sola, indipendente. Ero padrona della direzione che avrebbero percorso i miei passi. Imparai a conoscerla meglio della mia città d’origine. Nella mia mente la mappa è diventata il ritratto di una persona conosciuta.

Ed insieme ad una nuova città, imparai a conoscere anche un nuovo mezzo di trasporto: il treno.

(Questo articolo è stato scritto proprio in treno). Il treno mi ha permesso di viaggiare e conoscere l’Italia. Attraverso il finestrino ho visto quanto sia ricco e vario il nostro paesaggio, ho ascoltato la babele dei nostri dialetti, ho sbirciato le diverse abitudini dei viaggiatori. Per viaggiare in treno non occorre una mappa, è vero. Eppure attraverso i suoi percorsi apparentemente sempre diritti, attraverso i nomi che si susseguono sui tabelloni in stazione, ho tracciato la mia personale mappa d’Italia. Sapevate che c’è un treno che muore a Trofarello? E se una personale mappa non bastasse, attraverso l’applicazione di Trenitalia è possibile monitorare l’intera rete ferroviaria.

Ovviamente il suo maggiore utilizzo è scoprire il reale ritardo del treno su sui si viaggia. Eppure c’è qualcosa di magnetico nel poter seguire in tempo reale il proprio percorso sulla mappa. È rassicurante.

The binding of Isaac

Altrettanto rassicurante è conoscere la mappa di un videogioco. Anche in questo mondo fatto di pixel conoscere la propria posizione e il mondo di gioco è fonte di potere. Lo sanno meglio di tutti i giocatori degli FPS. Ma anche in un piccolo gioco indie dal classico stampo dungeon – la cui mappa quindi si può facilmente intuire – la maledizione Curse of the Lost con quel suo fastidioso punto interrogativo ci fa sentire perduti.

L’ultima tappa di questo viaggio sconclusionato nella mia vita è anche quella più inerente a questo sito: le mappe dei romanzi fantasy. La prima: la Terra di Mezzo, in cui è ambientato Il Signore degli Anelli.

L’ultima: quella dei Sette Regni, il cui destino viene narrato ne Le cronache del ghiaccio e del fuoco. Questa cartina è stata resa ancora più bella e suggestiva nella sigla della serie Tv.

Accompagnati da una canzone ormai iconica, sorvoliamo a volo d’uccello le città stilizzate di cui vengono narrate le vicende.

La loro geografia è sempre molto semplice, piegata alla storia che devono accogliere, molto spessa ispirata a luoghi reali. Ma nonostante tutti questi difetti, dona credibilità al romanzo, aiuta il lettore ad immedesimarsi. ed è impossibile non tracciare su di esse il percorso dei propri eroi.

Chissà quali e quante altre mappe mi aspettano?


Focus: Canals o Channels? Quando un errore di traduzione crea un nuovo immaginario

La più straordinaria storia sull’origine dei Marziani ha come protagonisti due insigni astronomi – Giovanni Virginio Schiaparelli e Percival Lowells – ed è una storia vera.

Giovanni Schiaparelli, direttore dell’osservatorio astronomico di Brera, nel 1877 punta il suo cannocchiale verso il pianeta rosso. Marte è in opposizione, il periodo più favorevole per le sue osservazioni. Grazie ai suoi studi durati 32 anni riesce a dedurne la massa, l’aridità e il diametro con una buona approssimazione. A lui inoltre si deve il maggior contributo alla nomenclatura delle località di Marte. Aveva infatti iniziato a mappare il pianeta e nelle sue carte aveva tracciato anche lunghe linee rette tra loro collegate, da lui chiamate canali.

In un suo articolo scrive:

Piuttosto che veri canali dalla forma a noi più familiare, dobbiamo immaginarci depressioni del suolo non molto profonde, estese in direzione rettilinea per migliaia di chilometri, sopra larghezza di 100, 200 chilometri ed anche più. Io ho già fatto notare altra volta, che, mancando sopra Marte le piogge, questi canali probabilmente costituiscono il meccanismo principale, con cui l’acqua (e con essa la vita organica) può diffondersi sulla superficie asciutta del pianeta.

Secondo Schiaparelli, quindi, erano formazioni geologiche naturali.

Come porta tutto questo alla nascita dei Marziani?

Semplice: nel 1878 Schiaparelli scrive un articolo scientifico intitolato Osservazioni astronomiche e fisiche sull’asse di rotazione e sulla topografia del pianeta Marte , che viene poi tradotto in inglese da Percival Lowell, celebre astronomo statunitense.

Peccato che Lowell compia un grave errore di traduzione: traduce infatti “canali” con il termine “canals” invece che “channels”. Nella lingua inglese infatti il primo termine indica solo canali artificiali, mentre il secondo canali naturali.

Influenzato anche da Camille Flammarion con il suo La Planète Mars et ses conditions d’habitabilité, sviluppa una teoria secondo la quale i canali erano un sistema costruito per sfruttare le poche risorse idriche rimaste sul pianeta e situate nelle calotte polari che si stavano sciogliendo. Ciò dimostrava che il pianeta era abitato da esseri intelligenti.

Erano nati i Marziani.

A nulla servirono le dimostrazioni di molti scienziati già all’inizio del ‘900, fra i quali Vincenzo Cerulli, secondo i quali si trattava di illusioni ottiche.

La rettifica ufficiale avvenne solo nel 1965 quando la sonda spaziale Mariner 4 ci mostrò le prime foto del pianeta rosso.

Curiosamente ai giorni nostri esistono veramente dei “canali di Marte”. Il termine è stato ripreso dalla letteratura scientifica per indicare dei lunghi solchi sulla superficie, che nulla hanno a che vedere con le illusioni ottiche di Schiaparelli, e sulla cui natura stanno indagando gli studiosi di geomorfologia planetaria nel tentativo di capire se sono stati provocati da antichi corsi d’acqua oggi scomparsi, oppure da flussi di materiale lavico superficiale.

Anche senza i suoi canali Marte continua e continuerà ad alimentare la nostra voglia di scoperta e avventura. Peccato solo per Marvin il Marziano.

Sitografia
Curiuss (un canale per veri curiosi) https://www.youtube.com/watch?v=qBustAWbD7M
https://www.youtube.com/watch?v=xLNQlIoVuLg
http://www.corriere.it/Rubriche/Astronomia/marteagosto/appro-2.shtml
http://www.wired.it/scienza/spazio/2016/10/20/chi-era-giovanni-schiaparelli-sonda-exomars/
http://www.museoscienza.org/approfondimenti/documenti/schiaparelli/

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