Infanzia: Favole al telefono

C’era una volta…

…una bambina che non poteva dormire senza una storia, e la mamma, quelle che sapeva, gliele aveva già raccontate tutte anche tre volte. Così una sera trovò come apparso dal nulla un libro dalla copertina un po’ brutta, senza immagini. La bambina non era molto contenta, era abituata ai suoi libri di fiabe tutti illustrati. Anche il suo fratellino iniziò a sbuffare. Ma la mamma non si arrese e inizio a leggere:

C’era una volta…

… il ragionier Bianchi, di Varese. Era un rappresentante di commercio e sei giorni su sette girava L’Italia intera, a Est, a Ovest, a Sud, a Nord e in mezzo, vendendo medicinali. La domenica tornava a casa sua, e il lunedì mattina ripartiva. Ma prima che partisse la sua bambina gli diceva: – Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.
Perché quella bambina non poteva dormire senza una storia, e la mamma quelle che sapeva, gliele aveva già raccontate tutte anche tre volte. Così ogni sera, dovunque si trovasse, alle nove in punto il ragionier Bianchi chiamava al telefono Varese e raccontava una storia alla sua bambina.

La bambina della nostra storia un po’ si rivedeva nella bambina del libro: anche il suo papà durante la settimana doveva lavorare tanto e quando tornava a casa lei dormiva già profondamente. Le piaceva il ragionier Bianchi.

Questo libro contiene appunto tutte le storie del ragionier Bianchi. Vedrete che sono tutte un po’ corte: per forza, il ragioniere pagava il telefono di tasca sua, non poteva mica fare telefonate troppo lunghe.

Il fratellino, saltando sul letto esclamò: “É vero, mamma, il telefono costa tanti soldi.”

Solo qualche volta, se aveva concluso buoni affari, si permetteva qualche “unità” in più. Mi hanno detto che quando il signor Bianchi chiamava Varese le signorine del centralino sospendevano tutte le telefonate per ascoltare le sue storie. Sfido: alcune sono proprio belline.

“Mamma ma chi sono le signorine del centralino?”

Da quella sera il ragionier Bianchi, attraverso la voce della mamma, raccontò anche ai due fratelli le sue favole al telefono. Giovannino Perdigiorno era l’eroe del suo fratellino, alla bambina invece bastava ascoltare sotto al suo piumone la sua mamma fare tutti quei versi strani.


La bambina della storia sono io, come avrete intuito. Favole al telefono è un pezzo molto importante della mia infanzia. Quando ho deciso di scrivere questo articolo sono tornata nella mia camera, ho riaperto la scatola dove conservo alcuni dei ricordi della mia infanzia e nascosto fra vestitini e regoli l’ho ritrovato. Basta guardarlo per capire che è stato amato da dei bambini. É completamente distrutto e consumato. Le pagine ci sono tutte, ma gli manca la copertina: non credo sia un caso, da piccola non mi era mai piaciuta. Sono certa di non averla mia strappata – avevo troppo rispetto per i libri – ma quando con l’uso si è staccata, nessuno si è premurato di riattaccarla. E forse mi piace più così, una pagina bianca da riempire con l’immaginazione. Misteriosa è l’origine invece del segno arancione. Come misterioso è l’arrivo del libro stesso. Per quanto mi sia sforzata, proprio non sono riuscita a ricordare il momento in cui sia approdato nella mia libreria. Ho provato anche a controllare la data di pubblicazione ma è molto antecedente alla mia nascita. Una volta recuperato, nostalgica anche per aver ritrovato il mio Frizzi, non ho resistito a sedermi a terra accanto alla scatola per poterlo leggere subito.

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, una volta capitò…

È bastata la prima riga, le parole sono riaffiorate da sole sulla mia lingua. Ricordo tutte le storie, anche se sono passati vent’anni. E ricordo anche il profumo del mio piumone rosa e la luce soffusa del mio pesciolino da notte. Quelle pagine sono state la mia piccola madeleine.

Adoravo farmi leggere i libri quando ero piccola e da allora la lettura ad alta voce è sempre stato un atto di amore, un momento di condivisione, una scusa per restare abbracciati stretti stretti sul divano. Ho letto per i miei cugini più piccoli; ho letto per mia madre quando stava male; leggo per il mio moroso nell’ombra dei parchi d’estate. Leggerò per i mie bimbi facendo tanti versi strani.

L’ho riletto nel silenzio in queste sere e anche da adulta lo trovo un bellissimo libro, ormai un classico dell’infanzia. Rileggendo le sue pagine si sente riecheggiare la risata cristallina di un bambino e la sua vocina ripetere le parole buffe.

Partendo da piccoli eventi nati da giochi di parole, da filastrocche, addirittura da semplici errori di ortografia Gianni Rodari riesce a costruire delle storie che catturano l’attenzione dei bambini. Lui stesso si definiva un fabbricante di giocattoli.

Uno dei miei racconti preferiti era Il paese con l’esse davanti: restavo stupita dalla possibilità che una sola lettera, un piccolo segno davanti ad una parola, potesse ribaltare in maniera così radicale il suo significato e il suo intento.

Lo scrittore incanta i suoi lettori con un grande uso delle onomatopee o con l’uso di numeri inventati.

Millanta tamanta quattordici e trentatre.
Aveva realizzato un risparmio di due stramilioni e sette centimetri.

Arriva anche a costruire un’intera favola su numeri inesistenti – A inventare i numeri -, mentre l’unico numero reale, il nove, prende vita e inizia a parlare con un povero scolaro in Abbasso il nove.

Rodari mostra una straordinaria capacità di invenzione coniugata con l’osservazione della realtà degli anni Sessanta – moltissimi sono i richiami a quegli anni e ai paesi italiani – senza scadere mai nel moralismo e in una soffocante vocazione didattica e rimanendo tuttora attuale. Riusciva a parlare e raccontare cose magnifiche e complicate (ad esempio il rispetto per il pianeta, l’etica del lavoro) con una semplicità quasi sorprendente e a stimolare lo stupore incantato e libero dell’infanzia.

E invece, si sbagliava, e l’aveva pagata troppo. Perché ogni bambino che viene in questo mondo, il mondo intero è tutto suo, e non deve pagarlo neanche un soldo, deve soltanto rimboccarsi le maniche, allungare le mani e prenderselo.

Ed ora ripongo al suo posto il libro, richiudo la scatola, ricca dei miei ricordi e felice di aver condiviso un pezzo di me con voi.


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