Coppie di scrittori famosi: 5 racconti di vita insieme – Giorno 4

 

Questo articolo fa parte di una raccolta. Se vuoi leggere anche le precedenti puntate segui questi link: Alberto Moravia ed Elsa Morante; Elizabeth Jane Howard e Kingsley Amis; Maj Sjöwall e Per Wahlöö.

4. Sibilla Aleramo e Dino Campana

La corrispondenza – soprattutto le lettere di lei, raccolte in un epistolario ampiamente rivisto e corretto per la pubblicazione – è la chiave per raccontare la storia d’amore – improvvisa, per molti versi folgorante e distruttiva – tra Dino Campana e Sibilla Aleramo.

Ha scritto Sebastiano Vassalli:

Dino incontra la poetessa Sibilla Aleramo e vive con lei il primo e unico amore della sua vita, che però, date le sue condizioni di salute, prende subito una brutta piega: è una storiaccia, con poco amore, tante botte e una malattia infettiva di mezzo.

Lui nasce a Marradi, in Toscana, un paese chiuso in un provincialismo gretto che peserà senza possibilità di appello sulla vita di Dino. Figlio primogenito – per certi versi rifiutato dalla madre Fanny dopo la nascita del fratello Manlio, sicuramente sopportato con una certa insofferenza – vive tra duri contrasti familiari gli anni della giovinezza, conduce senza successo gli studi scolastici prima e universitari poi, fallisce anche il tentativo di intraprendere la carriera militare dopo un episodio oscuro che sancisce l’inizio della sua rovina.

Lei è la maggiore di quattro fratelli, trascorre l’infanzia a Milano fino all’età di dodici anni e poi si trasferisce a Civitanova Marche al seguito del padre che riceve una proposta di lavoro da un notabile del luogo. Anch’essa vive un’adolescenza infelice: la madre tenta il suicido e finirà i suoi giorni – triste coincidenza – ricoverata in manicomio. A 15 anni Sibilla – pseudonimo di Rina Faccio, il suo nome all’anagrafe – è violentata da un impiegato della fabbrica diretta dal padre e – rimasta incinta – è costretta a un matrimonio riparatore.

Dino Campana è autore di un solo libro, I canti orfici, che non ha conosciuto in vita alcun successo, e che invece ha nel tempo conquistato il gusto e il cuore di lettori affezionati, affascinati dalla musicalità della sua poesia, dalla sua capacità di toccarne da subito l’emotività, dalla visionarietà e visività dei suoi passaggi (e paesaggi) onirici. Non meno, dalla fama di poeta maledetto, di poeta folle che trae dalla sua follia il nutrimento più vero della sua poesia. Niente, del resto, di più falso: quando la malattia esplode in tutta la sua violenza, Campana ha già scritto il suo libro, e non scriverà quasi più nulla che fosse degno di nota dal punto di vista letterario. La poesia – in quanto tale – necessità di tutte le sue risorse mentali, e non è compatibile con la follia (Follia – va detto – che nel suo caso è conseguenza organica della sifilide).

Sibilla Aleramo, trasferitasi a Milano dopo il licenziamento del marito, dirige e collabora a riviste di impronta socialista e femminista, ricercando il confronto con le lettrici e la collaborazione di personalità intellettuali progressiste e intraprende relazioni sentimentali molteplici e disinvolte per fuggire dalla prigione della vita familiare. Una donna è il suo romanzo d’esordio e segna la linea dei suoi temi preferiti (oltre a un certo decadentismo di maniera di sapore dannunziano): è il racconto della sua vita, dall’infanzia alla decisione di lasciare il figlio e il marito, vissuta nella volontà di affermare la propria libertà contro le costrizioni e le umiliazioni imposte alle donne.

Dino e Sibilla si incontrano nel 1916, in piena guerra. La Aleramo scrive a Campana una lettera in cui sembra già decisa a incontrarlo, dopo aver letto I canti orfici ed esserne stata colpita intensamente. Campana risponde, prima più evasivo, poi gentile ma depresso: ci sono già i toni disperati, fatalistici che sembrano prevedere l’esilio, la cupezza del finale. I due si conoscono e trascorrono insieme qualche giorno tra i monti di Marradi. L’innamoramento fornisce a Dino la possibilità di aprirsi con un’interlocutrice appassionata, di rivelare la propria consapevolezza, di esprimere fin da subito – con una lucidità ancora vivida, a tratti disarmante, anche se già in bilico sul precipizio del delirio e della violenza – la visione di un futuro cupo, del proprio orgoglio e delle proprie debolezze. Per Sibilla fu una passione intensa e bruciante – quasi predeterminata nelle intenzioni come ha notato Gianni Turchetta – che come abitualmente le accade corrisponde ai momenti più impetuosi della sua scrittura.

Poi, la china comincia a precipitare: cominciano i deliri, le violenze, le “storiacce” e le “botte” che costringono Sibilla a fuggire (ma al contempo, a cercare Dino, a sollecitarlo). Cominciano gli inseguimenti, le ripicche e le volgarità, cominciano anche i silenzi rancorosi e sofferti, le dichiarazioni d’amore unite alla consapevolezza e al desiderio della fine. L’ultimo incontro avviene a Novara, dove Campana è in prigione per vagabondaggio: ha cercato Sibilla tra le valli piemontesi, poi a Milano, senza trovarla. Separati dalle sbarre, si confermano nella loro passione. La Aleramo si fa promettere dal Procuratore del Re che il giorno successivo Dino sarebbe stato libero, poi se ne va e si nasconde da lui. Non si rivedranno più.

Cosa resta della loro storia d’amore? Ad essere completamente onesti, poco o nulla. Se ci fu – e io credo che per quanto breve e minato fin dagli inizi, fu presente e sincero – l’amore tra i due fu troppo breve, troppo presto corrotto da violenze e gelosie. Quando incontra Sibilla, Campana ha già scritto il suo libro, dimenticato a lungo quando non bistrattato dagli ambienti letterari dell’epoca. Da lì in poi, anche con Sibilla lamenta spesso l’impossibilità di scrivere, l’inaridimento della sua vena. La malattia, del resto, fa il suo corso e incrudelisce. E la Aleramo è a sua volta troppo distante per gusto e interessi per conservare nella sua scrittura tracce evidenti della loro vicinanza. E nonostante ciò, ha amato Dino – più che per quello che era – per come gli è apparso attraverso le sue pagine. Anche in questo caso, Campana si è trovato suo malgrado intrappolato in uno stereotipo: uno dei tanti che ne hanno imprigionato la vita (e la poesia). Eppure, innamorandosi di Sibilla Aleramo trova finalmente una donna concreta e vitale che possa offrirgli il confronto e lo scambio – emotivo e umano – che tanto spesso gli erano mancato.

Campana non smetterà di cercarla. Ma l’amore si tradurrà anche in odio, in rancore mal represso. Di lì a poco, cominceranno anche i sintomi più acuti della malattia, che in breve tempo conducono Campana al ricovero in manicomio. Il suo destino – quello tristemente prefigurato dal paese e dai familiari, che lo volevano “matto” – è segnato: vi rimarrà fino alla morte, sottoposto alle cure che ne distruggono l’umanità e lo consegnano al mito.

Sibilla gli sopravvive a lungo: spinta dalla sua volontà ad essere libera finirà per vivere spesso al limite della contraddizione. Morirà a Roma nel 1960.


Letture per approfondire: Un po’ del mio sangue. Canti Orfici, Poesie sparse, Canto proletario italo-francese, Lettere (1910-1931) di Dino Campana; Dino Campana biografia di un poeta. di Gianni Turchetta; Un viaggio chiamato amore. Lettere 1916-1918 e Una donna di Sibilla Aleramo.


Se volete conoscere anche il racconto della prossima coppia, ecco a voi il link:.

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