Cassandra

“Con questo racconto vado nella morte.”

Invito alla lettura: una rivisitazione di un mito classico, che riesce a smascherare la società di ieri e oggi. Complicato e dalle molte letture.

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Micene. Porta dei Leoni.

Agamennone, il vincitore che ha condotto Cassandra con sé da una Troia ormai distrutta, varca la soglia oltre cui lo attende la morte per mano della moglie Clitennestra. Cassandra attende nella cesta di vimini insieme all’ancella Marpessa e ai due gemelli avuti dal re Euripilo.
Sembrerebbe l’inizio della tragedia di Eschilo. Invece il racconto scivola indietro lungo i dieci anni della guerra di Troia, lungo la fanciullezza di Cassandra. In un intreccio apparentemente casuale, nell’arco temporale di un tramonto, Cassandra ci racconta la sua vita.

Ci narra di un’infanzia felice, dominata dal fascino della figura paterna – commerci con principi lontani, cifre, progetti – e dall’affetto per il fratello maggiore Ettore.

All’interno del palazzo tutto le appariva magnifico e stupendo. Luce, calma.

Ma altri momenti incalzano. Cassandra cresce e riviviamo con lei il rituale di passaggio all’età adulta: la deflorazione. Rituale che non viene compiuto, perché Enea si rifiuta. Scoprono di amarsi. Il loro amore però non riuscirà mai a trovare una sua forma concreta: troppe le frasi interrotte, le crisi, il non detto.

Il ritmo accelera, la notte è prossima. Il rapporto con il padre si incrina. Cassandra diventa sacerdotessa, ma le viene imposto di tacere riguardo alle sue visioni. Concede la propria verginità a Pantoo, il sacerdote di Apollo. Un fratello ritenuto morto, Paride, ritorna all’improvviso dopo aver rapito e poi perduto la bella Elena. Gli inganni e l’orgoglio nascondono la verità e scoppia una guerra. Per riprendersi una moglie rapita, per disputarsi il dominio dell’Ellesponto. La spiaggia di fronte al tempo di Apollo si riempie di greci, di baluardi, di uomini come Achille la bestia, mentre la città dentro le mura si riempie di uomini come Eumelo. Cassandra dirà “no” a Eumelo e a Priamo, e per questo pagherà per questo con la prigionia.

Per un breve periodo la caduta si arresta: Cassandra ci racconta delle comunità femminili dissidenti dello Scamandro, dove le donne si vedono nella casa del vecchio e saggio Anchise per discutere, conoscersi. Ma è solo un attimo, il presente incalza, il sole sta tramontando: Troia brucia sotto l’urto trionfante della società patriarcale greca, il vincitore Agamennone cade sotto la scure di Clitennestra ed ecco che la porta si apre.
Ora tocca a Cassandra.

Christa Wolf nelle sue opere si serve dei personaggi e degli eventi del mito per caricarli delle minacce e delle tematiche caratteristiche del mondo moderno.

Tra tutti gli spunti e le interpretazioni che quest’opera regala, vorrei soffermarmi soprattutto sul dono della veggenza.
Nella tradizione Cassandra ha una descrizione molto precisa: fanciulla con il dono della veggenza e la maledizione del non essere creduta. Aveva veramente il dono della veggenza? Questa è la prima domanda che ci si pone una volta terminata la lettura. Appare ben presto evidente che la sua non sia capacità di prevedere il futuro, ma capacità di vedere (parola centrale del libro) il reale, dono molto più grande. In una società in cui le donne hanno perso ogni autonomia, Cassandra non solo impara a vedere a dispetto degli “dei” e degli uomini,

Ora posso vedere quello che non c’è, con quanta fatica l’ho imparato.

ma aspira anche ad una voce autonoma da metter al servizio della sua Troia per insegnare anche ad altri questa sua capacità. Quello che scopre non è esattamente quello che si aspettava quando bramava questo dono. Comincia a vedere tra le finzioni del Palazzo – l’inesistenza di Elena -, nelle aspirazioni dei suoi familiari e dei sui concittadini, nei segni che preparano e preannunciano la guerra. Quando tenterà di avere voce autonoma e di svelare ciò che ha scoperto, le verrà imposto di tacere e di modificare i suoi “vaticini” su commissione degli unici veri “dei”: gli abitanti del Palazzo, coloro che detengono il potere. Cassandra cede alla società dei Padri e tenta di seguire la vita che le viene imposta. Trascorre le sue giornate nel tempio a svolgere le sue mansioni di sacerdotessa, mentre con il sopraggiungere della guerra i cittadini perdono ogni autonomia in cambio d’illusoria sicurezza e comodità. Ben presto comprende che non può vivere in quel modo e tenta nuovamente di ribellarsi, di alzare il velo di finzione che offusca la mente dei troiani. Il suo essere una donna peggiora ulteriormente la sua posizione. Viene definita pazza e rinchiusa in carcere in condizioni disumane.

Ormai ha maturato la forza per non arrendersi, nonostante i lunghi mesi trascorsi al buio. Consapevole che un’oscurità maggiore ammantava la sua amata città: il buio delle menti indotto dalla stessa polizia troiana comandata dalla figura inquietante di Eumelo. Sono infatti gli Eumelo – personificazione dei muri eretti dalla censura dei potenti – che hanno occupato gli spazi di tutte le città, spartendosele con il nemico, a impedire che tutti diventino veggenti e che tutti i veggenti possano essere creduti. Oggi, noi, nella nostra società riusciamo ad essere veggenti?


Focus: Le donne nell’antichità

Cassandra vive in una società maschilista nella quale non c’è posto per donne pensanti. Purtroppo non si tratta di una drammatizzazione narrativa. Ad Atene, nell’antica Grecia, la donna conduce una vita molto ritirata: se sposata, può girare liberamente in casa, ma ha l’obbligo di ritirarsi qualora incontri un estraneo venuto a cercare il marito; può uscire solo durante le feste religiose o quando si celebra in famiglia un rito di nozze o un funerale; può assistere a spettacoli teatrali, a esclusione delle commedie (spettacoli d’argomento troppo licenzioso), sempre però in posti separati dagli uomini. Le fanciulle non possono nemmeno circolare nella casa e devono rimanere chiuse nel gineceo, intente ai loro lavori come la filatura e la tessitura. Nelle famiglie agiate il divieto di uscire è severissimo, mentre si presume lo sia meno in quelle di modeste condizioni, dove per mancanza di schiavi alcune incombenze, quali recarsi alla fonte o uscire per acquisti, finiscono per ricadere necessariamente sulla madre di famiglia. Rari sono i rapporti della donna sposata anche con il marito stesso, che vive in stanze separate. Non ricevono una vera istruzione: si limitano ad imparare dalla madre o dalle schiave più esperte le nozioni elementari necessarie per accudire alla casa e ai lavori femminili, unici compiti che possono svolgere.

L’unica cultura femminile in periodo attico è custodita dalle etere – che a patto di condurre un’esistenza indipendente – partecipano alla vita pubblica e possono provvedere alla propria istruzione. Anche in campo giuridico le donne sono considerate incapaci. Tale incapacità di testimoniare in giudizio e di compiere atti d’amministrazione straordinaria od ordinaria, le vincola da minorenni alla potestà tutelare del padre e, raggiunta la maggiore età, alla tutela muliebre esercitata dal padre, dal fratello o dal marito: le conseguenze più immediate e avvilenti di questa condizione d’inferiorità si avvertono proprio nel matrimonio. Considerato dai Greci come un dovere verso lo Stato e verso gli dei per assicurare alla famiglia la discendenza, il matrimonio viene combinato dai padri nella forma di un normale contratto di compra-vendita, badando soprattutto alle condizioni economiche e allo stato della famiglia con cui si vuole stringere vincolo di parentela; il cosiddetto matrimonio d’amore, perlomeno nelle classi più agiate, è soltanto una rara eccezione.

Molto diversa, anche se ancora lontana dall’emancipazione, è la condizione delle donne egizie e romane.
La donna egizia gode di una notevole indipendenza nei confronti della propria famiglia e dell’autorità del marito, partecipa con l’uomo alle pratiche del culto religioso e spesso assume una notevole importanza politica, specialmente attraverso matrimoni dinastici o nei casi di reggenza materna. La donna fin dalla maggiore età, aveva una completa capacità giuridica, poteva stipulare contratti, acquistare proprietà, possedere beni e terreni, essere chiamata come testimone nei processi, tutto indipendentemente dal parere del marito o del padre. Era loro concesso il divorzio e il contratto matrimoniale conteneva delle clausole che garantivano alla donna alcuni diritti patrimoniali quando l’unione si fosse sciolta.

I Romani, sin dai tempi più antichi, hanno sentito l’importanza della vita famigliare e hanno fatto della moglie la compagna assidua della propria vita. Troviamo la donna sempre presente al fianco del marito: partecipa ai banchetti, divide con lui l’autorità sui figli e sugli schiavi, è confidente devota anche nelle più delicate esigenze della vita pubblica. È libera di uscire quando desidera e con il marito può recarsi a cena fuori anche la sera e rincasare a casa ad ora tarda; tale libertà si accompagna però sempre a un senso d’austerità e di riservatezza, specie nel periodo repubblicano: ad esempio, durante il banchetto, la donna sta seduta e non sdraiata, e non può assolutamente bere vino, divieto rigoroso nei primi tempi e quindi perduto in età imperiale. A differenza delle donne egiziane le romane non avevano diritto al nome proprio. Nel caso avesse un nome proprio, questo non doveva essere conosciuto se non dai più stretti familiari e non doveva mai essere pronunciato in pubblico. La differenza maggiore rispetto alla condizione della donna greca si nota nel campo dell’educazione. Da piccoli, maschi e femmine crescono insieme, in promiscuità di vita e di giochi, e anche le scuole elementari sono comuni ai due sessi. Le fanciulle agiate passano poi all’insegnamento del precettore per lo studio della letteratura greca e latina, imparando contemporaneamente a suonare la cetra, a cantare e a danzare. Nonostante la complessa educazione ricevuta, però, si occupa solo della casa, dei figli e dei lavori femminili. Anche la capacità giuridica della donna romana rimane sempre inferiore a quella dell’uomo: nell’antico diritto romano la donna, infatti, è sottoposta a tutela continua ed è esclusa dalla vita pubblica. Nel 18 a.C., per far fronte al crollo delle nascite e ai divorzi facili, Ottaviano presentò la famose Lex Iulia de maritandis ordinibus, che liberò la donna creando il matrimonio Sine Manu, cioè senza tutela maritale, e la concesse pure alle donne già sposate purché avessero partorito tre volte. In più, concesse alle donne il divorzio, mentre prima c’era solo il ripudio maschile.

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