Peggy Guggenheim

“Non badate a come si presentava, con chi andava a letto e come si vestiva – badate a quello che ha fatto nella sua professione, che era collezionare e promuovere l’arte moderna.”

Il 6 aprile 1980 la Collezione Peggy Guggenheim apriva come museo pubblico. Peggy era morta il 23 dicembre 1979 e due giorni prima dell’apertura le sue ceneri furono sepolte nel giardino di Palazzo Venier dei Leoni, accanto ai “diletti bambini” – i suoi cagnolini. Erano presenti Sindbad – il secondo figlio – con la moglie e un paio di amici; stapparono una bottiglia di champagne e bevvero alla memoria di Peggy.

Il museo che ha contribuito a costruire a Venezia è dei più importanti musei in Italia per l’arte europea ed americana del XX secolo. Ma la storia della collezione e della sua collezionista iniziarono molte generazioni prima.

Peggy apparteneva a due delle famiglie ebree più ricche e importanti d’America: era figlia di Benjamin Guggenheim e Florette Seligman.

Nel 1847 Simon Guggenheim, bisnonno di Peggy, emigrò molto povero a Filadelfia dalla Svizzera tedesca. Iniziò come venditore ambulante insieme al figlio Meyer, il vero artefice della fortuna dei Guggenheim. Dotato di un grande fiuto per gli affari, la svolta avvenne nel 1879 quando acquistò le azioni di alcune miniere di piombo e di argento in Colorado. Grazie allo sfruttamento dei metalli nel 1880 era già milionario.

Anche i Seligman avevano lasciato l’Europa nel 1838 per sfuggire alle restrizioni finanziarie e professionali imposte agli ebrei nel vecchio continente. I Seligman, pur essendo arrivati negli Usa appena una decina d’anni prima dei Guggenheim, appartenevano all’élite ebraica di New York. Anche loro iniziarono come venditori, finche Joseph – il nonno materno di Peggy – divenne nel 1852 uno dei principali banchieri e investitori di New York, stringendo amicizie molto vantaggiose con le famiglie più importanti. Pur guardando dall’alto in basso una famiglia che aveva fatto tutti quei soldi con le miniere e le fonderie, quando si presentò l’opportunità di far sposare la loro figlia Florette con Ben non furono sollevate obiezioni. Non si poteva non rispettare la ricchezza dei Guggenheim, mentre a questi ultimi mancava il cachet newyorkese dei Seligman.

Si sposarono il 24 ottobre 1894, ma il loro non fu un matrimonio felice. Ben era considerato un playboy, ebbe diverse amanti e si rese presto conto che la moglie lo considerava un perdente. Florette aveva beni propri, il denaro le piaceva e a differenza del marito le piaceva più accumularlo che spenderlo. La situazione peggiorò quando nel 1901 abbandonò gli affari di famiglia per tentare una propria strada senza averne le capacità.
Peggy – il cui nome completo era Marguerite – nacque appena due anni prima: il 26 agosto 1898. Crebbe in una famiglia infelice: madre distante e padre spesso assente.

Da bambina non solo fui molto solitaria e triste, ma anche piena di angoscia.

La mia infanzia fu particolarmente infelice. Non ho ricordi piacevoli di alcun genere. Ora mi sembra che sia stata una lunga, interminabile agonia.

Insieme alle due sorelle fu accudita da una serie di governanti e bambinaie, poi da istitutori.

La situazione peggiorò ulteriormente quando nell’aprile del 1912 Ben morì nel naufragio del Titanic. Era di ritorno da un viaggio di lavoro in Francia quando la nave sulla quale aveva prenotato il passaggio per sé, l’autista e il segretario non poté salpare a causa di un improvviso sciopero. Quindi si ritenne molto fortunato quando riuscì a trovare posto in prima classe sulla nuova ammiraglia della White Star Line, il Titanic. Il resto è storia.

La morte di papà mi colpì moltissimo; mi ci vollero mesi per accettare la terribile tragedia del Titanic e addirittura anni per riprendermi dall’incubo della perdita di mio padre. In un certo senso non l’ho mai accettata: penso di aver continuato a cercare mio padre da allora e per sempre.

L’eredità fu misera rispetto all’opulenza dell’impero Guggenheim e la famiglia fu costretta a cambiare stile di vita.

Da quel momento in poi ho avuto il complesso di non essere più una vera Guggenheim. Mi sentivo una parente povera e provavo una grande umiliazione pensando a quanto ero inferiore al resto della famiglia.

Questo senso di inferiorità unito al sentirsi rinchiusa in una gabbia dorata a causa delle sue origini ebraiche, spinsero Peggy a lasciare il Paese, come tanti altri giovani americani – la Generazione perduta. Peggy infondo era figlia del suo tempo.

Nel 1920-21 l’Europa si apriva davanti a lei intatta e inesplorata. Avendo ereditato dal padre la sensibilità per gli ambienti artistici, la sua esplorazione si concentrò principalmente sull’arte. Durante uno dei suoi viaggi conobbe Laurence Vail, un pittore squattrinato del movimento dadaista e rimase affascinata dal suo stile di vita e dalla sua cultura.
Fu un’autodidatta per tutta la vita (rimpianse sempre di non essere più colta di quello che era o pensava di essere). Aveva ricevuto un’educazione di stampo vittoriano. Era stata educata in casa da diverse istitutrici per poi frequentare pochi anni alla Jacoby School, un istituto riservato alle ragazze ebree di famiglia ricca. Più che un luogo d’istruzione era una scuola di perfezionamento per fanciulle dell’alta società: quello che contava erano le buone maniere, il portamento e la conoscenza delle complicate regole di etichetta. Fu però una grande lettrice: i suoi autori preferiti erano Dostoevskij e Henry James.
Peggy e Laurence si sposarono a Parigi il 10 marzo 1922 con rito civile. Ma il mattino successivo lei si accorse di essere già delusa dal matrimonio: erano una coppia male assortita.

Grazie al marito artista comincia a frequentare i salotti bohémiens e conosce e stringe amicizia con i primi artisti dell’avanguardia europea, molti dei quali emigrati statunitensi: Man Ray, per cui poserà, Constantin Brâncuși, e Marcel Duchamp.

Dalla loro unione nascono anche due figli: Sinbad e Pegeen. Come i suoi genitori, anche lei fu una madre assente e distante.
Dopo l’inevitabile divorzio da Vail nel 1928, Peggy comincia a vagare per l’Europa tra Londra e Parigi. In questo periodo il grande amore della sua vita è l’intellettuale inglese John Holms, scrittore alcolizzato, conosciuto nel 1928 a Saint-Tropez, che muore tragicamente nel 1934, dopo una crisi cardiaca al termine di un intervento chirurgico.

Peggy lo adorava e idolatrava nello stesso modo in cui inizialmente aveva adorato e idolatrato Laurence. Insieme a lui e alla figlia Pegeen che le era stata affidata si trasferisce in Inghilterra, dove resta anche dopo il lutto.

Guidata da Marcel Duchamp, sua vecchia conoscenza e nuovo mentore fece il primo acquisto alla fine del 1937: Tète et coquille, una statua in bronzo di Jean Arp. Ispirata dall’ambiente in cui viveva nel gennaio del 1938, a Londra, inaugura la galleria Guggenheim Jeune. Tra i vari artisti, all’epoca ancora sconosciuti, che esporranno a Londra si ricordano: Vasilij Kandinskji, Yves Tanguy ed altri artisti emergenti del panorama delle avanguardie europee. Purtroppo nella primavera del 1939 Peggy capì che la galleria non sarebbe mai stata redditizia e decise, invece, di aprire un museo d’arte contemporanea a Londra.

Se tolleravo di perdere quel denaro, avrei potuto tranquillamente perderne un po’ di più facendo qualcosa di valido.

Nonostante i migliori auspici e la sua determinazione, il museo londinese era purtroppo destinato a fallire, soffocato dallo spettro della Seconda Guerra Mondiale.

Peggy così decise di utilizzare i fondi messi da parte per la gestione del museo per l’acquisto di opere d’arte. Tra il 1939 e il 1942, aiutata dal consiglio di Herbert Read, Duchamp e Nelly van Doesburg, riuscì a riunire più di 170 opere d’arte moderna europea.

Nel luglio del 1941 fugge dalla Francia occupata e ritorna alla nativa New York, aiutando anche molti artisti fra cui Breton e Max Ernst a trovare rifugio negli Usa. Max e Peggy iniziano la loro relazione proprio in questo periodo. È chiaro che Max non l’abbia mai amata, ma non aveva nessuna intenzione di rinunciare alle comodità che la vita con lei gli permetteva, non ultima la possibilità di dipingere a suo piacimento. E in fondo anche Peggy non ne era innamorata, credeva soltanto di esserlo.

La casa di Peggy a New York ben presto divenne un polo d’attrazione per la comunità degli artisti in esilio, che alla fine del 1941 era cresciuta fino a comprendere quasi tutti i pittori e scultori che aveva conosciuto in Europa.

Nell’ottobre del 1942 inaugura una galleria-museo al numero 30 della 57ª Strada di New York: Art of this Century.
Il progetto fu affidato a Kiesler che si prefisse di creare un tutt’uno tra le opere d’arte e lo spazio circostante e di eliminare ogni barriera tra l’opera e chi la osserva. I quadri senza cornici erano appesi a supporti triangolari sospesi.
L’impatto di Art of This Century e di Peggy sulla scena newyorkese fu enorme e permise agli artisti americani di entrare in contatto con l’avanguardia europea.

Peggy riprese anche a finanziare artisti come aveva fatto precedentemente in Europa. Nel luglio del 1943, fra gli altri, cominciò ad aiutare Pollock, artista ancora sconosciuto, versandogli uno stipendio mensile che gli permetteva di dedicarsi esclusivamente alla pittura.

Finì per trascorrere sempre più tempo in galleria, mentre la relazione con Max si deteriorava poco alla volta, finché non decisero di divorziare nel 1943.

Con la fine del conflitto mondiale Peggy decide di voler tornare in Europa. Non aveva mai pensato al suo ritorno in patria come definitivo. L’architettura, i paesaggi e la cultura d’Inghilterra, Italia e Francia li preferiva a quelli americani, e New York era carica per lei di associazioni sgradevoli: un’educazione soffocante e un antisemitismo di fondo da cui preferiva prendere le distanze.

La galleria chiude così il 31 maggio 1947.

Tornata in Europa e indecisa su dove stabilirsi, durante un viaggio con alcuni amici, si innamora nuovamente di Venezia. Aveva conosciuto la città anni prima con Laurence.

Mi fece passeggiare dappertutto in quella città senza automobili e senza cavalli e io concepii verso di essa una passione che sarebbe durata per tutta la vita.

La città era uscita indenne dalla guerra e il costo della vita e degli immobili era relativamente basso, grazie sopratutto al cambio molto favorevole per il dollaro.

Peggy avrebbe trascorso il resto della vita a Venezia.

Nel 1948 acquista Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande, dove trasferisce definitivamente la sua collezione, che dal 1949 apre al pubblico come Collezione Peggy Guggenheim (le ho dedicato un articolo dettagliato).

La collezione era aperta al pubblico lunedì, mercoledì e venerdì dalle 15 alle 17 durante tutti i mesi estivi.

La sua casa era sempre aperta per gli amici, tanto che pian piano si creò la tradizione che un soggiorno a Venezia non era completo senza una visita a Peggy.

Come per gli ospiti, anche i cagnetti tibetani cominciarono a proliferare.

Era importante per Peggy mostrare le sue opere d’arte alle persone che erano interessate: era parte della sua raison d’être. Finì per identificarsi sempre più strettamente con la collezione. Iniziò a chiamare anche loro “figli”. Negli anni ’60 interruppe gli acquisti a causa del suo poco apprezzamento per la pop art e del costo sempre più alto dell’arte contemporanea, concentrando tutti i propri sforzi per garantire un futuro al suo museo.

[…]è il mio impero, il mio museo, quello che dice al mondo che io ci sono stata; se cessa di esistere, cesso di esistere anch’io.

Decise inizialmente di cedere la propria collezione alla Tate Gallery di Londra, ma le leggi italiane e alcune incomprensioni fecero naufragare il progetto. Dopo aver esposto nel 1969 le opere della collezione al Guggenheim Museum di New York, Peggy deciderà di donare Palazzo Venier dei Leoni e l’intera collezione alla Fondazione Solomon Guggenheim.

Mi sentivo come una donna che attende con ansia di ricevere una proposta di matrimonio da parte di qualcuno che a sua volta non vede l’ora di sposarla.

La Solomon R. Guggenheim Foundation aveva infatti i finanziamenti necessari per potersi permettere di mantenere la collezione a Venezia. Il palazzo e i quadri necessitavano di un’importante opera di restauro.

Peggy trascorse gli ultimi anni della sua vita viaggiando in India, Giappone e Cambogia.

La sua cerchia sociale iniziò a restringersi: il consolato americano era stato chiuso, molti vecchi amici erano morti. Le rimaneva solo la vecchia guardia della colonia straniera. Il suo italiano è sempre stato solo passabile e non si è mai veramente voluta integrare. Ai veneziani il suo comportamento così disinibito e la sua collezione così distante dall’arte rinascimentale e barocca hanno sempre ispirato disapprovazione. Solo gradualmente finì per essere accettata.

Nella sua vita la ricerca della libertà, la passione per l’arte, i soldi, le amicizie, gli amori si intrecciarono formando un composto esplosivo e unico. Ebbe una vita sessuale molto disinibita e si circondò di numerosi amanti, uno fra tanti Samuel Beckett. Peggy si serviva dei rapporti sessuali per stabilire un legame con una persona di cui ammirava la creatività. Le relazioni più felici come è emerso le ebbe con gli animali e con le opere d’arte. Fu una pessima madre, troppo concentrata su se stessa per poter crescere dei figli. Si pentirà solo in parte dopo la morte della figlia Pegeen, forse suicida, che per tutta la vita aveva continuato a cercare l’amore materno.

Anche il suo rapporto con il denaro fu molto particolare. Era molto attenta ad ogni più piccola spesa, tanto che molti si lamentavano della sua tirchieria. Eppure durante tutta la sua vita ha fatto numerose e ricche donazione, ha elargito vitalizi a numerosi amici e finanziato numerosi artisti emergenti.

Ha avuto l’umiltà e la sagacia di circondarsi di consiglieri ben informati, che le permisero di colmare le lacune della sua educazione.

Alcuni l’hanno definita una protofemminista: quando era al culmine della carriera il femminismo muoveva i primi passi. Ma credo che questa definizione sia errata: ha avuto sempre un rapporto conflittuale con le altre donne per colpa del suo carattere.

Il suo più grande pregio – aiutata molto dai soldi – è stato quello di aver affrontato il mondo sessista in cui viveva con un misto di fiducia in se stessa e aggressività che le ha permesso di affermare la propria autonomia.

Il suo più grande contributo alla storia è stato quello di diffondere e sostenere una forma d’arte che pochi apprezzavano al suo tempo.

Aveva perfettamente ragione: grazie al suo museo, ai suoi “figli” il suo nome e la sua storia sono diventati immortali.


Bibliografia:

Catalogo Collezione Peggy Guggenheim

Peggy Guggenheim – Una vita leggendaria nel mondo dell’arte

Una vita per l’arte – Autobiografia

Peggy Guggenheim. Art addict. DVD. Con libro – Documentario

http://www.guggenheim-venice.it/default.html

http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2014/peggy-gugghenheim-biografia-estratti-402127420610.shtml?refresh_ce-cp

http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/peggy-guggenheim/

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