Il canto di Penelope

“Sono diventata una leggenda edificante. Un bastone con cui picchiare altre donne. Non avrebbero potuto essere assennate, oneste, pazienti come ero stata io? […] Non seguite il mio esempio, voglio gridarvi nelle orecchie.”

Invito alla lettura: Attraverso una narrazione molto particolare, che si destreggia fra stili diversi, Margaret Atwood prova a scrivere (e riscrivere) la vita di Penelope. Scavando sotto le apparenze, riporta alla luce ciò che il mito nasconde da un punto di vista femminile. Quello che risulta è un’opera non sempre gradevole e non adatta a tutti, ma interessante.

Se volete iniziare subito la lettura, potete acquistare il libro qui: purtroppo il romanzo è fuori catalogo e di difficile reperibilità in Italia. È possibile trovare ancora qualche copia usata, ad esempio qui. Purtroppo non posso garantire nulla.

Dall’Ade, dove può finalmente dire la verità senza temere la vendetta degli dei, Penelope racconta oggi la sua storia.

Penelope nasce a Sparta e vive un’infanzia infelice. A causa di una profezia il padre Icario la getta in mare, dove viene salvata da uno stormo di anatre striate. La madre è una naiade dal cuore gelido e preferisce nuotare nel fiume piuttosto che badare alla famiglia.

Da quanto ho detto si può dedurre che fin da piccola fui costretta a imparare presto le virtù – ammesso che siano tali – dell’autosufficienza. Non potevo non capire che avrei dovuto badare a me stessa nella vita. Non potevo contare sull’appoggio della famiglia.

Principessa di Sparta insieme alla cugina Elena, con cui ha un rapporto conflittuale, vive confinata all’interno delle mura del palazzo. Unica fonte di compagnia e tramite con il mondo esterno sono le sue ancelle.

Fino al giorno del suo matrimonio con Odisseo. Non fu un matrimonio d’amore, ma il frutto di un accordo e forse di un inganno.

Alla corte di re Icario, mio padre, vigeva ancora l’antica usanza di indire una gara per scegliere chi avrebbe sposato una donna di nobile nascita che veniva, per così dire, messa all’asta. L’uomo che ne usciva vincitore, riceveva in premio la donna e il matrimonio.

I matrimoni si facevano per avere figli e i figli non erano giocattoli o animaletti domestici, i figli erano veicoli per trasmettere un’eredità. Tutto era soggetto a eredità: regni, ricchi doni di nozze, amori, rancori, lotte sanguinose. Attraverso i bambini si formavano alleanze, le ingiustizie venivano vendicate. Avere un figlio era come liberare una forza nel mondo.

Insieme si trasferiscono ad Itaca e il racconto prosegue lungo i vent’anni dell’Iliade e dell’Odissea.

In questa inedita Penelopiad – titolo originale dell’opera – Margaret Atwood, riscrivendo il mito, tenta di dare maggiore lustro alla figura di Penelope e rendere giustizia alle dodici ancelle ingiustamente uccise da Ulisse alla fine dell’Odissea.

Penelope scrive il suo “canto”, la sua versione dei fatti: la Atwood instilla nel lettore il dubbio che ci siano molte cose non dette, possibili livelli di lettura che quanto meno non ci rendono così sicuri del ritratto virtuoso della donna fornito dal mito classico. Ma, pur attingendo ad opere diverse, non sovverte in maniera drastica gli eventi canonici.

Ci mostra una Penelope più consapevole di quello che le accade intorno, capace e intelligente, ma che non tenta mai di superare i limiti che la società greca le impone, restando casta e remissiva.

Penelope diventa il prototipo della donna fedele al proprio uomo, che soffre in silenzio sopportando le avversità della vita, e che mantiene una cieca fiducia nel marito.

Sicuramente avrei preferito un personaggio più attivo e sovversivo; una Penelope più moderna, ma comprendo la scelta di non rendere anacronistico il suo personaggio.

Più che un romanzo edificante, è un romanzo che punta al realismo, non edulcorando nemmeno i comportamenti negativi di cui spesso il sesso debole si macchia. Prima fra tutti la gelosia e l’invidia che sono alla base del rapporto Elena-Penelope.

Molto interessante è anche la riscrittura delle avventure di Ulisse.

Arrivavano notizie portate da altre navi. Odisseo e i suoi uomini si erano ubriacati, al primo scalo, e c’era stato un ammutinamento, dicevano alcuni; no, ribattevano altri, gli uomini avevano mangiato una pianta magica che aveva fatto perdere loro la memoria e Odisseo aveva dovuto legarli per riportarli a bordo. Secondo qualcuno, Odisseo si era scontrato con il Ciclope, un gigante che aveva un occhio solo, ma, secondo qualcun’altra, quello con un occhio solo era il padrone di una taverna che aveva protestato per un conto non pagato. C’era chi raccontava che alcuni compagni di Odisseo erano stati divorati dai cannibali, e chi obiettava che si era trattato semplicemente di una rissa, con morsi alle orecchie, nasi sanguinanti, coltellate ed eviscerazioni.

Altrettanto originale è anche la struttura con cui è stato scritto il romanzo. Non di mio gusto, ma sicuramente dinamico e originale. Il lessico è semplice e lineare. La narrazione principale consiste in un lungo monologo interrotto di tanto in tanto dal Coro delle ancelle. Lo stile di questi intermezzi è molto vario: tragedia classica, musical, sequenza televisiva, lezione di antropologia.

Altra nota dolente è la tendenza della Atwood a imboccare continuamente il lettore, ribandendo e spiegando ogni dettaglio, senza lasciare nulla di implicito. Sembra quasi che sia stato scritto per l’insegnamento di storia delle scuole superiori.

Prescindendo da questi difetti, Il canto di Penelope resta un romanzo valido e molto interessante. Ricco di spunti di riflessione.
Per la cultura greca, la Penelope della Atwood era una donna emancipata ed indipendente.

Oggi può bastare? È sufficiente non essere un’Elena e avere come maggior virtù l’intelligenza per definirsi una donna emancipata?

No.


Se volete approfondire la condizione della donna nell’antichità, potete leggere il Focus che si trova alla fine dell’articolo su Cassandra di Christa Wolf.

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