La meraviglia imperfetta di Maurizio Maggiani: La zecca e la rosa

Ma dove in piena contemporaneità i papaveri fanno maggiore figura sono i marciapiedi sconnessi delle periferie, i cordoli di cemento marcio degli svincoli stradali, le massicciate delle ferrovie in dismissione, i muretti a secco degli orti non curati. Lì sono segnaposto, promemoria lasciati dall’Iddio delle bellezze per ricordarsi di ripassare prima o poi a rimettere a posto le cose con il fuoco e la tempesta.

Invito alla lettura: per gli amanti di Maurizio Maggiani, per gli appassionati che lo seguono in ognuno dei suoi sentieri letterari; per i curiosi, per chi vuole scoprire la meraviglia delle piccole cose, la meraviglia del quotidiano, la bellezza imperfetta di ciò che ci circonda.

Se vuoi iniziare subito la lettura, puoi acquistare il libro qui: La zecca e la rosa: Vivario di un naturalista domestico

L’imperfetta meraviglia, parafrasando il titolo di un romanzo di Andrea De Carlo: c’è questo nel racconto che Maurizio Maggiani fa delle piccole cose meravigliose contenuto in La zecca e la rosa, che si snoda in un abbecedario di fiori e animali, di erbe e arbusti, di sentimenti e di palpiti più o meno nascosti attraverso un mondo piccolo ma gremito di suggestioni. Imperfetta, come è del resto imperfetto il libro: non certo il migliore di Maggiani, e certo diverso dalla scrittura che ci attendiamo, teso com’è nel gusto del quotidiano, del contrasto, della parodia di testi celebri, nello stridore di accostamenti arditi e talvolta (troppo) compiaciuti. Ad esempio, il Manzoni dell’Adelchi:

Dagli atri muscosi, dai parchetti gementi, dai boschi, dalle dismesse officine cadenti, dai cordoli delle arterie statali, per non dire dai solchi bagnati di servo sudor, è tutto un risorgimento di sambuchi in fior.

Meraviglia imperfetta, anche, perché nessuna perfezione è data nel mondo che vive nel breve volgere di una stagione, nel tempo che passa e lascia i suoi segni, se non negli sprazzi della memoria che torna viva, nel gusto semplice di un frutto sottratto alla pianta (e divorato fino a farne indigestione, spingendosi agli esiti estremi), o nell’ardore della salita insidiosa, faticosa, che serba in vetta l’esplosione di giallo delle ginestre:

E ci sono le ginestre alte sopra la testa, c’è il declinare del sole solstiziale tre gradi sopra l’orizzonte di Castel Raniero, c’è che in quel preciso fuggevole momento da e calcolato le ginestre si accendono di un giallo così furente da far svenire; prendi un bel respiro, è il profumo del giallo oro di papa che prende fuoco a dare alla testa.

Imperfetta, ancora, com’è la visione di occhi “difettosi”, quasi ciechi, che affidano alla memoria, alla suggestione – alla meraviglia, appunto – la propria difettosa e suggestiva vista.

Il libro raccoglie le storie che sono apparse nel tempo prima su “Il Fatto Quotidiano”, poi sull’inserto domenicale de “Il Sole 24 Ore”, arricchite delle splendide illustrazioni di Gianluca Folì: un “piccolo almanacco delle Creature” da cui scaturisce lo stupore costante delle minute scoperte quotidiane:

Vedete, ci sono poche occasioni che mi danno una gioia così intensa e sorgiva come quando prendo di tasca e metto lì sulla scrivania le meraviglie che ho incontrato e portato con me andandomene in giro per la mia terra, per la mia via, per il mio orto, per la mia casa. Come un bambino.

Spulciando ad apertura di pagina: l’acanto, la rosa canina e la rosa cingalese, la zecca, i topi di campagna, il soffione, la lavanda, il ghiro, i gabbiani, i fichi, il soffione, le mele nelle loro varietà: si potrebbe continuare a lungo, sgranando tutto un rosario di preghiere pagane, a cui votarsi e votare la propria vita in continua, assidua fedeltà.

Così l’ulivo Beniamino diventa il garante dell’integrità della memoria, della continuità che garantisce dallo scorrere del tempo e custodisce il ricordo dei propri penati:

Io e lui, io e lui e quella casa sul golfo. Il patto era che s’era tutti e tre insieme e che se uno mollava allora tutto si sarebbe rotto. Così è stato, che abbiamo tenuto tutto quanto assieme, ognuno con le sue radici, con le sue malattie e le sue biche, assassine, ognuno con le sue luci d’argento e coi suoi frutti.

Meraviglia che passa dal novero di creature della campagna, della terra, della sponda di roccia di fronte al mare: suolo in cui tenere ben sprofondate le proprie radici, ma pure trampolino proteso verso il mare. Mare domestico, mare limitato, mare sempre ben misurato di fronte alla terra: ma anche limite, orizzonte da oltrepassare con lo sguardo.

Le fotografie che Maurizio Maggiani raccoglie nel suo cammino hanno sempre in sé questa consapevolezza. Che è spazio di fuga entro orizzonti misurati, ricerca di orizzontalità negli spazi aperti e di verticalità negli scorci cittadini di Genova, di particolari che rivelano un altrove, uno spazio ulteriore, un’inquadratura che cerca il suo punto di fuga oltre i margini della fotografia.

Da una parte, ecco ancora la limitatezza obbligata dello sguardo, che nelle nebbie e nelle foschie della miopia coglie ombre, segni, movimenti: fissa sulla pellicola una visione che continua a sfuggire, e nel momento stesso ne disegna un pertugio, uno squarcio entro cui proseguire con lo sguardo:

Ci vedo così poco che una qualunque macchina fotografica ha un occhio migliore del mio. È per questo che me ne porto sempre una appresso: per poter poi tenere tra le mani un bel foglio di carta lucida e spessa con dentro tutto quello che mi sono appena perso del mondo. Intendo della parte documentale, delle cose e degli esseri che ho incontrato e mi sono sfuggiti nella loro concreta materialità. Diciamo che la poca vista che mi rimane favorisce una percezione evocativa, una traslazione affatto arbitraria e fantastica del mondo, e l’apparecchio fotografico aggiunge alla mia esperienza quel tanto di “vero” che mi permette di sentirmi abbastanza a posto con la realtà.

Sono le parole che Maggiani consegna in calce al suo viaggio a piedi per le terre di Levante, raccontato e fotografato in Un contadino in mezzo al mare. Viaggio a piedi lungo le rive da Castelnuovo a Framura. Le immagine raccolte nel libro, impresse grazie a una particolare fotocamera russa con obiettivo “orbicolare” (e proprio a questa lente particolare è dovuto il punto di vista insolitamente allargato), sono il punto d’arrivo e di partenza. Negli orizzonti marini c’è lo spazio per fuggire, anche grazie all’ampiezza fornita da questo tipo di obiettivo. Negli appigli rocciosi, nelle coste e nelle crose, c’è la volontà di restare.

Sempre, c’è la meraviglia: che è meraviglia di materiali corrosi e orizzonti stretti – lo si vede in altre foto di Maggiani, quelle pubblicate in Mi sono perso a Genova – di linee verticali e ascensioni suggerite, di creature della terra e del sospiro del mare. Meraviglia di piccole cose, delle creature scoperte nell’orto o lungo un sentiero in salita che sono i tesori – anch’essi piccoli ma non meno preziosi – di una ricerca continua di bellezza.

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