Mentre morivo

“Sembra che non ci sia fine alla scalogna una volta che comincia.”

Invito alla lettura: Per chi ha voglia di immergersi in una scrittura complessa e affascinante, per chi vuole scoprire la vera scrittura americana, per chi voglia affrontare un romanzo che parla della miseria umana.

Se vuoi iniziare subito la lettura, puoi comprare il libro qui: Mentre morivo

Questo romanzo mi ha sconcertata. Viaggiando attraverso le sue 200 pagine ha cambiato continuamente la mia opinione e ho provato emozioni contrastanti. Inizialmente credevo fosse un romanzo sull’elaborazione del lutto, su come una famiglia e la comunità riuscissero ad affrontare la perdita di una madre, cardine e legante di tutte le famiglie. Ho provato dolore, tristezza. Ho riso amaramente di fronte al bigottismo e alle credenze di alcuni dei personaggi. Ho ritrovato punti in comune con i lutti che ho subito. Le pagine scorrevano, il viaggio è iniziato e ho capito di essermi sbagliata: Faulkner scrive sull’assurdità e l’inutilità dell’esistenza umana. Sembra che ci si dimentichi della madre, che si trasforma in un oggetto da trasportare, ognuno troppo preso dai propri segreti. Ed è stato un misto di incredulità, di sdegno, di sconfitta… di “scalogna”.

Facciamo un passo indietro, torniamo all’inizio e alla trama.

Il romanzo, in un inizio spiazzante, ci catapulta in una casa qualsiasi, nelle campagne sconosciute del Mississippi negli anni ’20. La famiglia Bundren è riunita attorno al capezzale della madre Addie in attesa della sua morte e del conseguente viaggio che li attende: il marito Anse e i cinque figli si preparano a trasportarne la salma nella lontana Jefferson, contea natale della donna, rispettando così il suo desiderio di essere sepolta nella sua terra.

Tutto il romanzo racconta del viaggio intrapreso da questa famiglia di poveri contadini: un “diluvio universale”, la scia del tanfo della morte e degli avvoltoi, un incendio dal sapore di complotto.

Un susseguirsi di sventure che faranno esplodere tensioni e contraddizioni che lacerano i personaggi, ognuno depositario di un doloroso segreto, ognuno corroso da sopiti rancori e gelosie.

La narrazione diventa grottesca, tragicomica, a tratti surreale e si conclude nella maniera più inaspettata:

“Questi sono Cash, Jewel, Vardaman e Dewey Dell” dice Pa’, mezzo contrito e mezzo orgoglioso, coi denti e tutto, anche se non ci guarda in faccia. “Vi presento la signora Bundren” dice.

La trama sembrerebbe molto lineare, ma Faulkner frammenta la storia in numerose sottonarrazioni ad opera dei vari personaggi del libro. Ciascun capitolo è un monologo interiore e segue il proprio flusso di coscienza. La storia si costruisce man mano, attraverso un ritmo vario ricco di flashback e flashforward.

Ognuno di loro ci racconta una storia che diviene tante storie: alcune, poco più che pensieri, spuntano tra un fatto e l’altro; come mormorii, che sfumano in una realtà sempre più relativa, sempre più difficile da decifrare.

La scrittura di Faulkner così si mimetizza fra le parole dei suoi personaggi, passando abilmente dal tono alto al tono basso. L’unico neo è quando si trasforma nella voce di un bambino, in quella di Vardaman: risulta poco credibile.

Conosciamo così:

Anse un capofamiglia inetto e testardo, profondamente egoista. Metterà in pericolo tutta la sua famiglia pur di mantenere la promessa fatta alla moglie, un ingombrante fardello di cui liberarsi ad ogni costo.

–  Cash – il primo figlio – è un falegname di professione, un grande lavoratore. Il suo lavoro, asse dopo asse, chiodo dopo chiodo, dà il ritmo a tutta la prima parte della narrazione. Pur essendo il primo figlio, non spicca all’interno della famiglia, resta sempre defilato.

– Poi c’è Darl: il figlio diverso, il figlio istruito, l’unico ad essersi allontanato da casa, il punto di riferimento poco saldo della famiglia. Che trova nella follia l’unico modo per fuggire dalla magra esistenza a cui è destinato.

– A fargli da controparte Jewel, il figlio preferito dalla madre, il ribelle.

– Dewey Dell, l’unica figlia femmina, la cui devozione alla madre si rivela in parte frutto della necessità.

– Vardaman, il piccolo della famiglia, l’ultimo figlio. Senza l’appoggio della famiglia, troppo occupata a nascondere i propri desideri, non riesce ad elaborare il lutto.

“Mia madre è un pesce.”

– E infine Addie, una madre che non voleva esserlo. Colei che ha sacrificato se stessa a un uomo che non ha mai amato e a cui ha dato quattro figli perché così doveva essere, perché questo è ciò che ci si aspettava da lei. Colei che esprime il desiderio di essere sepolta nella sua città natale quasi per ripicca dopo la nascita del secondo figlio. Colei che parla solo in un capitolo, quasi un lascito postmortem.

Non so se sono riuscita veramente a capire questo romanzo. So che mi è piaciuto, ma non riesco a capire in quale misura. Forse non sono riuscita a cogliere tutti i riferimenti alla Bibbia e all’Odissea che portano i critici a legarlo alla tradizione del simbolismo americano di Hawthorne e Melville, in quanto popolato di tematiche religiose e preoccupazioni morali che, concretizzandosi in narrazioni allusive e simboliche, danno vita a potenti immagini mitiche.

Il consiglio migliore per iniziare la lettura di quest’opera lo lascia Alfredo Giuliani nella quarta di copertina:

“La struttura e lo stile di Mentre morivo esercitano un fascino, a volte esasperante, soltanto se il lettore accetta la sfida di mettere in atto tutta la sua disponibilità percettiva. Bisogna cogliere insieme l’assurdo, la ridicolaggine che incombe sulla tragedia, l’enigma, che non si risolve.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *