Annientamento

C’erano migliaia di zone “morte” come il parcheggio che avevo osservato, migliaia di ambienti di transizione che nessuno vedeva, che erano stati resi invisibili perché “non servivano a niente”. Potevano popolarsi in qualunque forma all’insaputa di tutti.

Invito alla lettura: In un diario in cui una biologa alterna resoconti della missione a ricordi del suo passato, si snoda la sua avventura in un mondo in cui le leggi degli uomini non esistono più, un mondo che sconvolge e meraviglia allo stesso tempo. Un romanzo denso di fantascienza inquietante e avvincente. Annientamento è il primo romanzo della Trilogia dell’Area X, ma può essere letto anche singolarmente.

Se vuoi iniziare subito la lettura, puoi acquistare il libro qui: Annientamento. Trilogia dell’Area X: 1

Eravamo in quattro: una biologa, un’antropologa, una topografa e una psicologa. Io ero la biologa. Stavolta eravamo tutte donne, scelte come parte del complesso insieme di variabili che governava l’invio delle spedizioni.
È così che si apre quello che scopriremo solo più avanti essere il diario personale della biologia. Per ora, nelle prime pagine, Annientamento di Jeff VanderMeer si presenta come un misto fra romanzo d’avventura e fantascienza.

La nostra missione era semplice: continuare l’indagine governativa sui misteri dell’Area X muovendo lentamente in avanscoperta dal campo base.

L’Area X, nata da un evento catastrofico non ben identificato, è un territorio di transizione che ospita diversi ecosistemi integrati tra loro, dalla foresta alla palude, alla spiaggia. La missione di stampo scientifico è ben chiara, definita, finché seguendo la dodicesima spedizione non si vedono le prime crepe. Ai membri è proibito l’uso di orologi e bussole, nessun telefono cellulare né satellitare, nessun computer, nessuna videocamera, nessun complesso dispositivo di rilevamento.

Niente di quello che ci siamo portate appartiene al presente. Né i vestiti, né le scarpe. Sono tutti ferri vecchi. Rottami rimessi a nuovo. Abbiamo vissuto nel passato per tutto questo tempo. In una specie di ricostruzione.

Viene chiesto loro soltanto di prendere appunti, come questi, su un diario, come questo: leggero ma praticamente indistruttibile, carta flessibile, bianca e nera, righe blu orizzontali per scrivere e riga rossa a sinistra per separare il margine. Inoltre in origine la spedizione ospitava un ulteriore membro: una glottologa. A cosa potrebbe mai servire una glottologa in un’area disabitata?
Un mistero sembra condurre a un altro mistero, ad una domanda non segue mai una risposta, ma da essa si diramano ulteriori punti interrogativi. VanderMeer ha la capacità di proporre al lettore una molteplicità di approcci possibili – legati alle specializzazioni dei membri della spedizione – tutti in qualche modo fallaci. Più si scende nelle profondità del romanzo più ci si rende conto che per il momento non avremo nessuna risposta perché lo strumento con cui si tenta di analizzare questa nuova realtà – la mente umana – non è adatto ed è limitato.
Tutto ciò che succede nell’Area X è infatti oltre la capacità dei sensi umani di capire e di orientarsi.

Mi rendo conto che tutti questi ragionamenti sono incompleti, inesatti, imprecisi, inutili. Se non ho vere risposte è perché non sappiamo ancora cosa chiederci. I nostri strumenti sono inutili, i nostri metodi approssimativi, le nostre motivazioni egoistiche.

Jeff VanderMeer con quest’opera ha voluto indagare la psiche umana.

In Annientamento, infatti, la tecnica del narratore inaffidabile viene portata all’estremo: tutto ciò che apprendiamo dell’Area X ci viene raccontata attraverso gli occhi di diversi personaggi i quali, proprio come il lettore, non sanno nulla dell’Area X e devono basarsi esclusivamente su ciò che vedono. L’addestramento a cui sono stati sottoposti è servito solo a influenzare e a depistare la loro indagine.

“Quante bugie, quanta incapacità di affrontare la verità.”
[…] e dalla certezza ancora inquietante che l’addestramento presso la Southern Reach si basava in gran parte su una menzogna.

Per di più questi personaggi sono poco o niente lucidi: hanno subito un forte condizionamento mentale durante il loro addestramento e sono profondamente turbati da ciò che vedono, trasformati dalla forte influenza che l’Area X ha su di loro.

“Secondo te, quanti dei tuoi ricordi sono impiantati? – chiese la psicologa. – Quanti dei tuoi ricordi del mondo oltre il confine sono verificabili?”

Certi parassiti e corpi fruttiferi potevano causare non solo paranoia ma anche schizofrenia, allucinazioni fin troppo realistiche, e dunque favorire un comportamento delirante.

Ogni particolare può essere prontamente smentito, i misteri potrebbero non essere tali e scopriamo che ciò che credevano essere tasselli importanti potrebbero non essere altro che fantasie di menti non lucide.
Non ci troviamo però in un’atmosfera onirica, regolata dalle regole del fantastico, grazie all’approccio scientifico della biologa e dalla sua continua ricerca della verità.
Questa continua incertezza, la perdita dell’affidabilità della propria capacità intellettiva personalmente mi inquietano molto. Sono profondamente turbata dalla possibilità di perdere la propria lucidità mentale, perché senza di essa a cosa possiamo aggrapparci? Come discernere fra realtà e finzione? Per questo motivo ho trovato particolarmente inquietante la figura della psicologa e in generale l’approccio della Southern Reach, l’agenzia governativa che gestisce l’Area X, basato quasi esclusivamente sul condizionamento psicologico e sulla spersonalizzazione.

Al secondo mese ci tolsero i nostri nomi, ce li strapparono via.
I sacrifici non avevano bisogno di nomi. Le persone che svolgevano una funzione non andavano nominate.

Altro tema affrontato è la lotta tra l’uomo e la Natura. Ho trovato il suo approccio molto originale: nell’Area X è la Natura ad aver dichiarato guerra all’uomo. Il nostro pianeta non è qualcosa di dato e immutabile, ma vive una continua fase di mutazione, di evoluzione. Qui, questo processo sembrerebbe aver subito una brusca accelerazione: l’equilibrio dell’ecosistema di cui siamo sempre stati parte – anche se spesso ce ne dimentichiamo – si è evoluto rendendoci solo un elemento accessorio, di disturbo, da inglobare al proprio interno.

La contaminazione è presente nell’ambiente, nei personaggi, nello stile. Le influenze che possiamo rilevare sono tante (in questo articolo l’autore parla dei libri che l’hanno direttamente influenzato), ma VanderMeer le rielabora in maniera originale tanto da portare l’autore stesso a coniare un genere nel quale la Trilogia dell’Area X possa inserirsi: new weird.

Questo genere accoglie autori impegnati nella creazione di mondi ibridi, al confine tra fantasy e fantascienza, originali e rigorosamente verosimili. Altra caratteristica è quella di arricchire la narrazione di un tessuto simbolico fitto legato a tematiche socio-politiche, d’attualità o filosofiche. Il tutto immerso in atmosfere oscure, ciniche, pessimistiche e senza nulla di consolatorio o evasivo. Questo dona una forte complessità psicologia ai personaggi.

Vorrei concludere questa recensione sovvertendo l’ordine e parlandovi della copertina. In Italia questo romanzo è stato pubblicato da Einaudi nella sua collana SuperCoralli e ha affidato la copertina a Lorenzo Ceccotti in arte LRNZ, fumettista e illustratore italiano.

È riuscito a creare una copertina che secondo me oltre ad essere visivamente bellissima è parte fondamentale del romanzo: ci restituisce immediatamente un senso di inquietudine. Mantenendo inalterate le caratteristiche tipiche dei SuperCoralli ha saputo rendere quest’edizione molto più moderna e accattivante. Solitamente non sono d’accordo con chi considera un libro un semplice pezzo d’arredamento, un oggetto, ma in questo caso il progetto editoriale è così interessante e così strettamente legato all’opera che credo valga la pena comprarlo anche solo per la copertina.
Se volete approfondire la sua creazione, in questo video LRNZ racconta la sua esperienza.


Focus: Errori nelle mappe

La mappa era stata la prima forma di indicazione fuorviante. In fondo cos’era una mappa, se non un modo per mettere in luce alcune cose e renderne invisibili altre? Ci ordinarono sempre di consultare la mappa, di memorizzare i dettagli sulla mappa.

Ogni volta che ho fatto affidamento su una mappa l’ho sempre considerata uno strumento oggettivo e preciso, la cui unica pecca poteva essere un mancato aggiornamento. Non avevo mai riflettuto su quanto, invece, le mappe siano un oggetto vivo che si evolve e che ha la capacità di raccontare molto sulla storia e sulla nostra cultura. Nella storia della cartografia si sono avvicendati errori, omissioni, scelte. Se siete amanti del complotto vi rimando a questo articolo su wired.it. Eccovi, invece, la storia vera di alcuni luoghi non luoghi:

1. I Monti del Kong

I Monti del Kong sono un complesso di cime che si estendono per migliaia di chilometri al centro dell’Africa Occidentale: dalla Sierra Leone a ovest sino alla Nigeria a est. Una catena montuosa immensa. Peccato che non esista e sia frutto di un errore del 1798 ad opera di un cartografo inglese di nome James Rennell. Le sue mappe si basavano sulla testimonianza scritta e diretta del noto esploratore Mungo Park e gli permettevano di corroborare le sue precedenti teorie sul corso del fiume Niger. I Monti del Kong restarono sulle carte geografiche per quasi un secolo.

2. Morrell Island

Se l’errore di Rennell può essere imputato ad un eccesso di entusiasmo, nel caso di Benjamin Morrell ci troviamo di fronte ad un caso di ego smisurato. Tra il 1822 e il 1831 Morrell aveva peregrinato nell’emisfero australe in cerca di tesori, foche, denaro e fama, e avendo concluso poco quanto ai primi tre scopi, decise di dedicarsi al quarto. Tornato in patria infatti aveva pubblicato una serie di resoconti alquanto lacunosi sulla scoperta di numerose nuove isole, tra cui la neo battezzata Morrell Island vicino alla Hawaii e New South Greenland vicino all’Antartide.
Questa scoperta causò uno spostamento verso ovest della linea internazionale del cambio di data rimasto valido fino al 1910, e continuò ad apparire in The Times Atlas fino al 1922.

3. Sandy Island

Più longeva è invece la vita di Sandy Island, un’isola del Mar dei Coralli tra Australia e Nuova Caledonia, lunga 25 chilometri e larga 5. Per oltre un secolo è apparsa su migliaia di carte geografiche e perfino su Google Maps, finché nel 2012 la nave di un gruppo di scienziati impegnati a studiare l’evoluzione tettonica di quell’area si è trovata a passare dove l’isola sarebbe dovuta essere, ma proprio non c’era: mare profondo 1400 metri. Come si spiega questo colossale abbaglio? La loro ipotesi è che alcuni navigatori possano aver avvistato un aggregato di pietra pomice legato all’eruzione di un vulcano. Così, non senza un certo senso dello humour, la rivista scientifica dell’American Geophysical Union ha pubblicato un “necrologio” di Sandy Island, certificandone la cancellazione.

4. Agloe

Piccola località nello stato di New York, tra Rockland e Beaberkill, appare per la prima volta negli anni Trenta sulle cartine di Ernest Alpers e Otto G. Lindberg. Negli anni cinquanta, all’incrocio fra le due strade venne costruito un negozio: fu chiamato Agloe General Store, a causa della denominazione presente sulle mappe Esso, cliente della General Drafting Company.
Ma Agloe è in realtà una città su carta (il nome della località è composto mescolando le iniziali dei due cartografi), una trappola creata per scoprire eventuali violazioni del copyright. Il nome inventato di un posto inventato ha creato alla fine un luogo reale.

5. Zheleznogorsk

Dal nome potrebbe sembrare un’altra città su carta, invece Zheleznogorsk esiste veramente. Creata nel 1950 dall’Unione Sovietica come centro di produzione di armi al plutonio è rimasta segreta e assente da qualsiasi mappa per quarant’anni. Aveva abitanti, edifici, negozi, eppure è rimasta segreta fino al 1992, anno in cui il presidente Boris Eltsine rivelò la sua posizione. Inizialmente non aveva neppure un vero e proprio nome ed era nota come Krasnojarsk-26 (dal nome della regione in cui si trova) o Soctov, Ferro, Nive.

6. Kijong-Dong

Kijong-Dong è un villaggio della Corea del Nord sorto vicino alla città di Kaesong e alla Zona demilitarizzata coreana. Kijong-Dong appare sulla mappe e se un turista volesse soggiornarvi avvicinandosi avvisterebbe una serie di edifici a più piani e appartamenti in cemento dai colori brillanti, molti dei quali serviti da energia elettrica.
La città è stata orientata in modo che gli sgargianti tetti blu ed i bianchi lati degli edifici risaltino accanto alla bandiera della Corea del Nord se visti da oltre confine. Un lettore attento si starà sicuramente domandando come mai appaia allora in questo elenco. Kijong-Dong è in realtà una città fantasma in cui nessun essere umano si è mai stabilito. È stata costruita a soli scopi propagandistici.


Bibliografia:

Sulle Mappe – Simon Garfield (qui trovi la recensione dettagliata)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/07/10/le-citta-invisibili-che-esistono-solo-su-google-maps52.html

http://www.rivistastudio.com/cose-che-succedono/agloe-citta-fantasma-mappa-new-york/

http://www.corriere.it/foto-gallery/tecnologia/14_febbraio_01/ventuno-luoghi-che-non-vedrete-mai-google-map-931574c2-8b37-11e3-bf44-9aaf223b3498.shtml#1

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