Buio: Le intermittenze della morte

Morire, in fin dei conti, è quello che c’è di più normale e comune nella vita, un fatto di pura routine.

C’erano una volta una madre e una ragazza.
Quando era bambina la madre ogni sera le leggeva alcune pagine di un libro.
Anni dopo quella bambina è cresciuta, è diventata quasi una donna.

Si trova al capezzale di un letto d’ospedale, è notte: per fortuna a loro è stata assegnata una camera singola, così mamma e figlia posso tornare indietro nel tempo.
Questa volta però è la bambina a leggere.

Non so perché in quelle notti, chiuse in una stanza in fondo al reparto femminile di Oncologia, io leggessi a mia madre Le intermittenze delle morte di Josè Saramago.

Ricordo che avevo scoperto da pochi anni Saramago come scrittore e me ne ero innamorata. Di lui avevo già letto Il vangelo secondo Gesù Cristo e Cecità. In quel periodo avevo comprato anche questo terzo romanzo, l’avevo già letto due volte. Ed ero desiderosa di farlo scoprire anche a mia madre. Lei – unica in famiglia – che nella sua vita aveva sempre letto, nei ritagli di tempo di una vita indaffarata, ora che la vita le regalava un’infinità di tempo da passare inoperosa non leggeva più: ne provava repulsione.
Conservo ancora l’ultimo libro che forse ha letto, con il segnalibro ancora lì, abbandonato, che come mia madre non vedrà mai l’ultima pagina di quel romanzo.
Avevo preso l’abitudine di leggere io per lei. La sera, quando trascorrevo la notte con lei in quella camera di ospedale in fondo al corridoio.
Mi piaceva moltissimo leggere per lei, le leggevo solo libri che io avevo già letto e che avrei voluto condividere con lei.
Con entusiasmo, quasi come se volessi dire con voce infantile: Mamma guardami, guarda che bel libro ho trovato, guarda quali tematiche adulte leggo, ho iniziato a leggerle:

“Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita…”

Ora riesco a vedere l’ironia dietro la mia scelta, il macabro umorismo. Il mio egoismo nel toccare una tematica che poteva farla soffrire.
Lei comunque non mi ha mai detto nulla; è sempre rimasta lì sotto le coperte ad ascoltarmi, notte dopo notte, pagina dopo pagina.

Forse la mia era cecità, forse era un modo per cercare di affrontare un dolore che non sono ancora riuscita a mandare via. In fin dei conti, è quello che c’è di più normale e comune nella vita…

In quelle sere il buio non era ancora arrivato, io ardevo ancora di una speranza testarda.
E mi godevo tutto il calore di quelle letture e di quei momenti che erano solo per noi.

Le intermittenze della morte è un romanzo in due parti.
Nella prima, in un paese non specificato, tutte le persone smettono di morire. Il breve momento di euforia alla scoperta va a scontrarsi con l’evidenza di un progressivo aumento della popolazione, alla crisi economica di tutto un settore, al fardello di chi, in coma o ferito troppo gravemente, dovrebbe trapassare e invece continua ostinatamente a soffrire e a pesare sulla propria famiglia.

Il libro non è una riflessione filosofica o ontologica sulla morte. Il tono è ironico, sarcastico. Non è nemmeno un’ipotesi, è una situazione assurda. Succede come negli altri romanzi: organizzo una situazione impossibile e ho bisogno che il lettore accetti la mia proposta. Se lo fa, vi posso assicurare che tutto diventa implacabilmente logico.

Nella seconda parte assistiamo ad una storia d’amore nata da una busta viola.

La scrittura del premio Nobel è unica e inconfondibile: periodi molto lunghi dalla punteggiatura minimalista, molti incisi, lunghe digressioni, dialoghi integrati nel corpo del testo. Nelle prime pagine la scrittura disorienta, mette in difficoltà, ma una volta che le si presta la giusta attenzione regala emozioni. Forse non la sua opera meglio riuscita ma, parlando di Saramago, resta ad ogni modo un’opera sublime.

Da quelle sere, non l’ho più riletto.
Le prime pagine si sono staccate, quasi a volermi volare via.
Coincidenza. Non mi era mai successo prima. Con nessun altro libro nuovo.

Forse un giorno avrò il coraggio di riprendere le sue pagine. Forse un giorno avrò il coraggio di togliere quel maledetto segnalibro.


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