Autorità

“La Southern Reach si era trasformata in un ente obsoleto; una palude che custodiva un segreto dormiente di cui ormai non si preoccupava più nessuno, dato che erano tutti concentrati sul terrorismo e sul collasso ecologico.”

Dovute premesse: Autorità è il secondo libro della Trilogia dell’Area X. Se volete leggere le mie opinioni su Accettazione – il primo libro – trovate l’articolo qui.

Invito alla lettura: Autorità abbandona momentaneamente i territori dell’Area X per esplorare e svelare i segreti dietro la Southern Reach. Controllo – il nuovo direttore – si troverà presto immerso in una palude di segreti e giochi di potere. Un secondo volume interessante ma che non riesce a eguagliare la bellezza del primo.

Se vuoi iniziare subito la lettura, puoi acquistare il libro qui: Autorità. Trilogia dell’Area X: 2

Se il primo volume della Trilogia dell’Area X poteva essere riassunto con la parola inquietudine, la parola scelta per Autorità è sicuramente paranoia.

Jeff VanderMeer abbandona i territori incontaminati dell’Area X, per indagare sull’ente governativo incaricato di mettere in sicurezza il confine e studiare il fenomeno cercando una soluzione: la Southern Reach attraverso lo sguardo di John Rodriguez, il nuovo direttore.

Scopriamo così di non trovarci in un’agenzia ipertecnologica scientificamente avanzata, ma in un edificio lugubre e bizzarro con la moquette verde consumata, dalle opinioni antiquate del personale che aveva incontrato. Tutto era pervaso da una sensazione di peggioramento, perfino il sole che entrava a malincuore dalle alte finestre rettangolari.

Controllo si trova di fronte ad un centro di ricerca grottesco, con un personale insondabile che in un clima di omertà collettiva impedisce ogni possibilità di indagine.

Ci avventuriamo in questa palude fatta di omertà e giochi di potere sommersi da una quantità enorme di dettagli e racconti personali che sembrano solo voler sviare l’attenzione da ciò che è veramente importante. Tutti i personaggi hanno una vita instabile, fragile. E più si cercano informazioni più si viene risucchiati dalle sabbie mobili.

A ciò si aggiunge una narrazione in terza persona basata sulle pause che si fa volutamente più confusionaria e caotica: a simboleggiare anche in questo romanzo la precarietà della psiche umana e la fallacia della nostra conoscenza. In questo gioco di spie la paranoia diventa l’unico modo – malsano – per osservare la realtà.

Il gomitolo di un filo che si era smarrito, che poteva o non poteva essere fatto di qualcos’altro.

Solo alla fine il lettore realizza che il suo arrivo alla Southern Reach è avvenuto troppo tardi, che scoprirà poco e nulla, perché tutti si sono ormai arresi.

Perché Controllo sapeva che la fede in un processo scientifico prima o poi veniva meno.

Ed è qui che il mio giudizio si divide.

Nel mondo creato da VanderMeer non c’è spazio per l’ottimismo, per la fiducia nel genere umano. In questa civiltà egoista e militarizzata la mancanza di dialogo si riflette anche sulla ricerca scientifica. Di fronte ad un evento che potrebbe portare all’estinzione del genere umano nessuno ha la forza di cedere parte del proprio potere in favore di un bene più grande. Lo stesso direttore, colui che doveva essere il risolutore, in realtà lo avevano mandato in spedizione alla Southern Reach e non gli avevano detto la verità, proprio come ai membri delle spedizioni nell’Area X. Non sbagliava quando aveva avuto l’impressione di ricevere informazioni ingannevoli. Non era più sicuro di conoscere la differenza tra quello che avevano voluto fargli trovare e quello che aveva scoperto da solo.

Una torre poteva diventare un pozzo. Interrogare una biologa poteva diventare una trappola. Il membro di una spedizione poteva tornare trent’anni dopo sotto forma di una voce che gli bisbigliava strane parole all’orecchio.

Contemporaneamente una Natura pensante e consapevole di se stessa cresce e si evolve per dissolvere ogni traccia della civiltà.

[…] il governo aveva inviato delle unità militari scelte, di cui non era rimasta più nessuna traccia; l’equipaggiamento, una volta recuperato, mostrava strane tracce di putrefazione. Si era decomposto con una rapidità incredibile.

Lasciandosi andare in quel modo sua madre ammetteva che il fallimento della Centrale era sconfortante. Che non erano stati in grado di concepire uno scenario nel quale l’Area X fosse più intelligente, più insidiosa, più intraprendente.

Se letterariamente è interessante, personalmente ho trovato tutto questo molto frustrante. Un manuale su cosa non fare in caso di crisi. Sono convinta che il progresso scientifico e in generale il progresso dell’umanità si basino sulla comunicazione, sullo scambio, sul dialogo. Poco prima di leggere le prime parole ero entusiasta all’idea di scoprire le diverse teorie e gli approcci che gli scienziati avevano scelto per tentare di sondare l’insondabile: non cercavo certezze o risposte, cercavo spunti interessanti. Ma tutto si è trasformato ben presto in frustrazione; poi in resa di fronte alla mancanza di polso di Controllo con il problema Whitby.

Ctrl cominciava a sembrare l’unico controllo di cui fosse in possesso.

Ma forse era proprio questo che VanderMeer voleva farmi provare.

Non ci resta che arrenderci – ma solo nel romanzo – all’odore di miele marcio e goderci lo spettacolo della natura che non abbandona mai queste pagine, e aspettare l’ultimo volume Accettazione.

La costa era di una bellezza straziante, il verde scuro e intenso degli alberi gli perforava il cervello, il ribollire del cielo e del mare, le onde salate che si abbattevano sugli scogli e il sangue che gli scrosciava nelle arterie mentre aspettava di essere ucciso o ascoltato.


3/17

Autorità è il terzo dei miei 17 che ho letto quest’anno. Se non sai di cosa parlo puoi aggiornarti leggendo l’articolo Le mie letture del 2017. Ed evidentemente quest’anno è funestato dalla maledizione dei secondi romanzi. Come per Ristorante al termine dell’universo questo volume non è riuscito ad eguagliare il suo predecessore. Ma proprio come per Ristorante questo non vuol dire che si tratti di un cattivo romanzo. Sono comunque opere validissime.


FOCUS: L’immagine del faro nella letteratura

Il faro aveva attirato i membri della spedizione come le navi che un tempo cercava di portare in salvo dagli stretti e dagli scogli in mare aperto. Non potevo che ribadire la mia ipotesi precedente: per molti di loro un faro era un simbolo, la conferma del vecchio ordine, e stagliandosi all’orizzonte dava l’illusione di un rifugio sicuro. Che avesse tradito quella fiducia era evidente da quanto avevo rinvenuto al piano di sotto. Ma intanto, pur sapendolo, alcuni di loro erano venuti lo stesso. Con speranza. Con fiducia. Per stupidità.

da Accettazione

Sin dal III secolo a.C. davanti al faro di Alessandria d’Egitto l’uomo è rimasto affascinato e stregato dalla torre dei fari e dai loro custodi. Tanto da creare un’immagine indelebile.

Molti oggi sono diventati destinazioni di viaggi: alcuni si sono trasformati esclusivamente in mete turistiche in cui è possibile dormire, altri invece conservano ancora il fascino di un luogo solitario, di un confine, di una frontiera – l’ultimo baluardo dell’uomo di fronte alla forza della natura.

Temi magnificamente racchiusi ne Il Ciclope di Paolo Rumiz, nato prima come racconto a puntate sulla Repubblica nell’estate del 2014.

Un’isola uncinata al cielo con le sue rocce plutoniche, attracco difficile, fuori dai tracciati turistici, dove buca il cielo un faro tuttora decisivo per le rotte che legano Oriente e Occidente. Paolo Rumiz, viandante senza pace, va a dividere lo spazio con l’uomo del faro, con i suoi animali domestici: si attiene alle consuetudini di tanta operosa solitudine, spia l’orizzonte, si arrende all’instabilità degli elementi, legge la volta celeste. Gli succede di ascoltare notizie dal mondo, e sono notizie che spogliano l’eremo dei suoi privilegi e fanno del mare – anche di quel mare apparentemente felice – una frontiera, una trincea. Il faro sembra fondersi con il passato mitologico, austero Ciclope si leva col suo unico occhio, veglia nella notte, agita l’intimità della memoria (come non leggere la presenza familiare della Lanterna di Trieste), richiama – sommando in sé il “gesto” comune delle lighthouse che in tutto il mondo hanno continuato a segnare la via – le dinastie dei guardiani e delle loro mogli (il governo dei mari è legato all’anima corsara delle donne), ma soprattutto apre le porte della percezione. Nell’isola del faro si impara a decrittare l’arrivo di una tempesta, ad ascoltare il vento, a convivere con gli uccelli, a discorrere di abissi, a riconoscere le mappe smemoranti del nuovo turismo da crociera e i segni che allarmano dei nuovi migranti, a trovare la fraternità silenziosa di un pasto frugale. Rumiz ci porta con sé davanti al Ciclope, dentro il Ciclope, per dirci la scoperta della solitudine, del vivere con poco, della confidenza con il cielo, con il ritmo della luce, con la propria interiorità e l’inquietante meraviglia del mondo.
Un “viaggio immobile” diventato avventura dell’anima.
Sento che l’Isola è un sensore nell’universo che la circonda. Un’antenna parabolica di pensieri vaganti. Qui sento, non ho bisogno di capire.

Ma in letteratura l’opera che prima viene in mente è sicuramente Gita al faro di Virginia Woolf.

Insieme con Mrs Dalloway è sicuramente una delle sue opere più significative.

La signora Ramsay, serena e materna. Il signor Ramsay, brusco e severo. Insieme a loro, in vacanza sull’isola di Skye, ci sono gli otto figli e una nutrita schiera di amici e colleghi. Una sera di settembre, la famiglia decide di programmare una gita al faro per il giorno successivo. Per James, il figlio più piccolo, quel faro lontano rappresenta una meta magica e sconosciuta, un luogo a lungo sognato. Il signor Ramsay, però, sceglierà di rimandare l’escursione a causa del maltempo e, nonostante le rassicurazioni della madre, James rimarrà terribilmente deluso. Dieci anni dopo, lasciando una casa ormai in rovina, i Ramsay sopravvissuti riusciranno finalmente a vedere il faro. Una giornata che si trasformerà in un ultimo tentativo di riconciliazione, in un intreccio tra passato e presente che farà riaffiorare ricordi e pensieri mai dimenticati. A partire da un episodio all’apparenza innocuo, il romanzo di Virginia Woolf è un viaggio nel cuore di una famiglia, tra conflitti sotterranei, alleanze e tensioni che sopravvivono al tempo. Un esperimento letterario, un’elegia ai fantasmi dell’infanzia, un caleidoscopio di punti di vista e pensieri.

In questo romanzo fortemente autobiografico, il faro diventa il simbolo di un obiettivo che sembra impossibile da raggiungere, un sogno che una volta raggiunto è destinato a trasformarsi in una triste realtà.

Una torre nuda sopra una squallida roccia.

Molto diversa – più classica – è la simbologia che invece utilizza Italo Svevo per spiegare la sua visione del mestiere di scrivere.

Per Svevo sono due i momenti costruttivi dell’arte letteraria. Il primo momento, a priori, è costituto dall’ispirazione e dall’intuizione dei dati e degli oggetti reali. Tale intuizione è chiamata dallo scrittore “sentimento”. Il secondo momento, a posteriori, è costituito dalla riflessione sui dati, grazie alla quale gli oggetti non sfuggono dalla mente dello scrittore. Questa concezione è spiegata da Svevo con l’immagine del faro e della formica: la luce del faro, come l’ispirazione dell’artista, illumina per un momento con la sua luce intermittente. La formica, come il poeta che riflette, approfitta di questo momento di luminosità per trovare la strada che porta al faro.


Bibliografia

Storia dei fari: https://it.wikipedia.org/wiki/Faro

Dormire in un faro. Guida alle vacanze nei fari più belli del mondo: 1

Il ciclope – Paolo Ruiz
Qui potete trovare la presentazione di Rumiz: https://www.youtube.com/watch?v=4L0mIko6gcM
Racconto a puntate su La Repubblica: http://www.repubblica.it/cultura/2014/08/03/news/il_guardiano_del_faro_viaggio_fuori_dal_mondo_di_paolo_rumiz-93014431/

Gita al Faro – Virginia Woolf

Analisi della figura del faro in generale nell’arte: http://esperidi.blogspot.it/2011/11/il-faro.html

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