Tuttomondo: Keith Haring a Pisa

“Senza dubbio Pisa è stato uno dei momenti più memorabili di tutta la mia carriera!”

Tornata a Pisa, dopo aver visitato la retrospettiva a Milano con gli occhi ancora affollati dai dettagli delle sue opere, la mente curiosa di conoscerlo meglio e la valigia in mano, sono tornata da Tuttomondo: mi sono fermata al centro, ho alzato gli occhi e in silenzio sono riuscita finalmente a parlare con lui.

Mi fa strano pensare che in questa stessa piazza, per un’intera settimana, nel 1989 lui abbia dipinto mentre un’immensa folla si era radunata ai piedi dell’impalcatura, per guardarlo e per festeggiare con lui la vita.
Quando Keith arrivò a Pisa, a parte alcuni appassionati e qualche studioso di arte contemporanea, nessuno sapeva chi era. Gran parte dell’impatto che provocò nella città fu determinato dalle cose che succedevano nella piazzetta della Lazzi (oggi la piazza porta il suo nome). Tutto partiva soltanto da lì: da lui che dipingeva la parete sospeso per aria, scendendo ogni tanto per disegnare con il pennarello i suoi omini sulle camicie e sui pantaloni della gente che accorreva. Dai disc jockey con impianti di amplificazione montati tra i pullman in arrivo e in partenza, dai ragazzi che ballavano la break dance, da un gruppo di giovanissimi assistenti con la maglietta dell’evento.
In un anno in cui internet era ancora agli albori, il solo passaparola portò appassionati da tutta Europa a Pisa.

Nel 1989 Keith Haring – a soli 31 anni – aveva già plasmato la sua fama.

La sua prima mostra personale era stata organizzata nell’ottobre del 1982 con la collaborazione del gallerista Tony Shafrazi. Fu un enorme successo: perché già prima di esporre Keith era entrato a far parte della cultura popolare.

Le mie opere entrarono nella cultura popolare prima che il mondo dell’arte si accorgesse che esistevo […]

In fondo aveva già “esposto” le sue opere nella metropolitana di New York alla portata di tutti.

Trasferitosi a New York nel 1978, fu subito affascinato dai graffiti che vedeva in strada e in metropolitana.

Spesso prendevo la metropolitana per visitare musei e gallerie d’arte e iniziai a notare non solo i grandi graffiti che ricoprivano l’esterno dei vagoni ma anche le incredibili calligrafie all’interno delle vetture, che mi ricordavano sia ciò che avevo studiato a proposito della calligrafia cinese e giapponese sia il flusso di coscienza fra la mente e la mano di artisti come Dubuffet, Mark Toby e Alechinsky.

Fu nell’inverno del 1980 che inizia a disegnare graffiti per la strada con un pennarello a punta grossa e poi con il gesso sui panelli neri opachi che venivano usati per coprire i vecchi manifesti nelle stazioni.

Durante gli anni Ottanta divennero parte della storia di New York City. Erano incredibili, anche grazie all’iniziale componente di mistero, e migliaia di persone stavano lì sulle piattaforme a guardarli!

Seguiranno poi i murales in tutto il mondo, le mostre, le sculture, i video, le Tag per la pubblicità, balletti e costumi teatrali.

Ormai la sua fama era esplosa ed era noto anche in Europa. In questo periodo l’artista si recò in Francia, in Germania, nei Paesi Bassi, in Belgio, e in Gran Bretagna, esponendo le sue opere in famose gallerie e lasciando segni di sé e della propria arte nei paesaggi urbani visitati.

Il suo principale obiettivo era comunicare: il suo pubblico erano tutti coloro che avessero voluto vederlo.

E fu proprio questa sua generosità e questa voglia a portarlo a Pisa.

La storia di Tuttomondo non inizia nel 1989 a Pisa, ma ben due anni prima su di un marciapiede a New York in circostanze un po’ allucinate.

Ero a New York e dopo una notte a base di droghe mi svegliai in uno stato di semi-incoscienza e decisi di uscire a fare una passeggiata. Uscito di casa, vidi un furgoncino parcheggiato dall’altra parte della strada, accanto al quale c’era un gruppo di Hare Krishna. Il suono dei loro sitar mi fece bene alla testa: stetti lì ad ascoltare e a guardare. Quasi subito notai un bel ragazzo giovane, anche lui lì a guardare e ascoltare. Aveva capelli neri e ricci e avrà avuto vent’anni. Continuava a guardarmi ed era ovvio che voleva attirare la mia attenzione. […] Mi chiese se ero Keith Haring e gli risposi di sì. Lui mi presentò a un uomo più anziano, che non aveva i ricci ed era anzi piuttosto calvo. Era suo padre. […] Continuò a incensarmi di fronte a suo padre e anche se avevo la testa piena di segatura, iniziai a essere orgoglioso della cosa e tutta quell’attenzione mi fece piacere. Li invitai nel mio studio e dopo un po’ il padre mi chiese se sarei stato interessato a fare qualcosa a Pisa, la loro città natale. Gli risposi che ero sempre aperto a idee e progetti interessanti.

Keith aveva iniziato a fare uso di droghe già all’età di 14 anni e da allora non ha mai smesso di vivere una vita senza limiti piena di droghe, sesso, alcool e club. Ma nonostante questo era un miscuglio di talento e impegno, non riusciva a stare senza lavorare.

Fin da quando aveva iniziato a tracciare le prime linee insieme al padre Allen – che era molto bravo a disegnare personaggi simili a quelli dei cartoon – non ha mai spesso di riempire intere superfici con le sue piccole sagome.
Non stupisce che l’incontro con Roberto e Piergiorgio Castellani – entrambi estranei al mondo dell’arte – sia avvenuto così. Roberto – il padre – aveva un’azienda vinicola nei dintorni di Firenze e Piergiorgio in quegli anni studiava all’Università di Pisa; entrambi erano a New York per un viaggio d’affari.

Da quel momento si susseguirono i preparativi del Keith Haring Progetto Italia, che prevedeva ulteriori interventi in altre città italiane.
A partire dalla ricerca della parete giusta: una superficie muraria ampia e, allo stesso tempo, libera da porte e finestre, sulla quale poter eseguire un murales fruibile dal maggior numero possibile di persone.

Fu scelta la parete del Convento dei frati “Servi di Maria”, dietro la chiesa di Sant’Antonio, che era la sede della stazione degli autobus extraurbani.
Iniziarono poi i lavori per preparare la parete per poter ospitare il murales. Per la prima volta nel suo percorso artistico si era deciso di rendere il dipinto permanente. Il lavoro sarebbe diventato proprietà della città e da questa mantenuto e protetto per gli anni a venire.

In questo fu decisivo il contributo della Caparol Italiana che forni gratuitamente l’impalcatura, un particolare tipo di vernici acriliche (dotate di una maggiore resistenza e durata nel tempo) scelte personalmente da Haring, insieme ai pennelli, nel deposito di Lugnano, la struttura in polistirolo espanso e il rivestimento a granuli di quarzo (che isolano il murales dall’umidità, evitando il contatto diretto con l’intonaco).

E così finalmente nel giugno 1989 Keith Haring arriva a Pisa. Nei giorni successivi al suo arrivo volle sapere e conoscere tutto sulla città che lo ospitava, volle pranzare insieme ai frati e alle suore del convento, volle vivere al massimo tutto e tutti.
Poi ha iniziato a dipingere.

Ha iniziato dall’angolo in alto a sinistra e la prima figura gli ha dato un’idea per la seguente, per la forma successiva. Come sempre Haring dipinge di getto, senza alcun disegno preparatorio, muovendosi attraverso i vari livelli dell’enorme impalcatura, senza una sola mossa falsa accompagnato dalla musica delle cassette che Gil Vazquez prepara per lui.

Era un grande showman: all’inizio della sua carriera, durante il suo percorso di studi alla School of Visual Arts, rimase molto affascinato dall’atto in sé di realizzare un’opera, dall’idea dei movimenti che doveva compiere. Iniziò a muoversi come in una sorta di coreografia, una specie di danza.

Realizza così i trenta personaggi del murales: tutti in movimento, costituiscono un gruppo armonico e dinamico perché i loro gesti sono collegati e li portano ad entrare l’uno nello spazio dell’altro, riflettendo l’armonia e la cooperazione nel mondo.

Ecco alcuni dettagli:

In queste figure è possibile leggere una critica al razzismo: i tre omini di etnie diverse proclamano la loro unione e il loro amore.

L’unione dell’uomo con la natura.

“Il serpente ovviamente rappresenta sempre qualcosa di male, qualche forza negativa: il serpente viene tagliato dalle forbici fatte da umani, forbici umane, un po’ come la collaborazione, la cooperazione di due persone insieme per tagliare una cosa che è il male, il male o il negativo.”

Piccolo omaggio alla città di Pisa e al suo simbolo: la croce pisana.

La semplicità della sua linea resta la sua forza e il suo tratto distintivo, anche se sceglie colori più tenui, con una maggiore quantità di bianco rispetto ai suoi soliti dipinti per poter meglio armonizzare il suo murales nel contesto urbano della città.

Dedicò un’intera settimana alla sua lavorazione – evento straordinario, solitamente si fermava solo per due giorni – e fu la sua ultima performance pubblica.

Il 16 febbraio 1990, alle 4.40 precise del mattino, Keith Haring moriva in pace. Era malato terminale di AIDS.

Anche se la malattia gli era stata diagnosticata nel 1988, era già consapevole di poter essere malato. A metà degli anni Ottanta l’AIDS aveva drammaticamente cambiato New York e moltissime persone della sua cerchia erano già morte. Per Keith che aveva sempre vissuto una vita promiscua era solo questione di tempo.

La prima cosa che feci fu crollare. Andai in riva all’East River, nel Lower East Side, e riuscii solo a piangere, e piangere, e piangere. Ma poi capii che dovevo riprendermi e andare avanti. Capii che non era ancora finita, che dovevo continuare, cercare di immaginarmi come avrei potuto gestire la cosa, andarle incontro e affrontarla. […] Ho sempre pensato che la vita vada vissuta nel modo più completo possibile e che il futuro vada affrontato così come viene.

Questo misto di bontà, fiducia, innocenza e generosità che facevano innamorare di lui lo ha riversato in Tuttomondo.

Tutti coloro che hanno preso parte alla costruzione dell’Evento a Pisa, come per incanto, hanno operato con una sorta di intelligenza creativa, svincolata da motivazioni di ruolo o di interesse personale.

Keith Haring non si è limitato a essere un prodotto del suo tempo: ha plasmato il suo tempo.

Se ora chiudo gli occhi, riesco a vedere quell’americano – scarpe da ginnastica grosse, gambe lunghe e magre – danzare dipingendo. Vedo i ragazzi della parrocchia di Sant’Antonio, i frati del Convento, i B-boys che lo aiutano a colorare l’interno delle sue immagini. Sento la musica del DJ e i ballerini di break-dance che ballano. Il via vai di persone che chiedono un autografo, un piccolo disegno. Vivo la festa di quei giorni e comprendo un po’ meglio lo spirito di Pisa: una vecchia città giovane in bilico tra presente e passato.


Bibliografia

Keith Haring. La biografia – John Gruen
Keith Haring a Pisa. Cronaca di un murales

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