Il condominio

“A proposito, cosa stiamo festeggiando?” chiese mentre tornavano in salotto.
“Non lo sa?” Wilder fece un gesto che abbracciava le pareti e il soffitto. “La casa piena. Abbiamo raggiunto la massa critica.”

Invito alla lettura: Un romanzo scritto nel 1975, ambientato in un futuro non troppo lontano che riesce a parlare del nostro oggi. Non adatto a stomaci deboli.

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Un grande romanzo ha il pregio di toccare tematiche e sollevare riflessioni che restano attuali anche molti anni – in alcuni casi secoli – dopo la loro pubblicazione. E Il condominio di Ballard rientra sicuramente in questa categoria. Ma partiamo con ordine.

Gli elementi che compongono il romanzo sono pochi: un condominio fornito di tutti i servizi, quaranta piani, mille appartamenti.

I personaggi sembrerebbero tutti gli inquilini del palazzo – professionisti affermati, dirigenti d’azienda, gente dello spettacolo e della TV, artisti, la crema del ceto medio produttivo – ma nella realtà si riducono a tre: Wilder, Robert Laing, Anthony Royal.

Il motore della storia è uno solo ed è racchiuso nella citazione iniziale: il condominio si è riempito completamente e si è raggiunta la massa critica.

Il palazzo – mal progettato – non è in grado di soddisfare i bisogni e le necessità di tutti i suoi inquilini e inizia inevitabilmente a evidenziare i primi segni di cedimento.

Quell’immenso edificio che aveva contribuito a progettare era moribondo, le sue funzioni vitali svanivano una dopo l’altra: la pressione dell’acqua diminuiva per il vacillare delle pompe, le sottostazioni elettriche ai piani si spegnevano da sole, gli ascensori si erano arenati nelle loro colonne.

Questa lenta erosione fa emergere tutte quelle tensioni sotterranee fra gli inquilini che fino ad allora erano state in parte smorzate dal tono civilizzato del palazzo e dall’ovvia esigenza di rendere l’immenso condominio un successo e all’interno del condominio inizierà ad instaurarsi una rigida gerarchia.

Come accennato, il romanzo segue da vicino tre personaggi, ciascuno rappresentante il suo grado sociale che coincide con il piano occupato nel grattacielo. Nei piani inferiori c’è Wilder, un giornalista d’inchiesta sposato con due figli, dal fisico imponente. Ai piani intermedi vive Robert Laing, un dottore divorziato che insegna all’università; incarna l’anima stessa del condominio, ovvero il borghese lucido, intelligente, abbastanza colto e brillante ma non eccessivamente spregiudicato.

Come rappresentante degli ultimi cinque piani c’è Anthony Royal, l’architetto che ha progettato il palazzo e l’intero complesso residenziale che sta sorgendo lì accanto.

A queste prime incrinature, a questi sommovimenti interni seguirà una catena di eventi al limite dell’umanità: sembrerà di guardare all’indietro un documentario sull’evoluzione umana, dalla creazione di una gerarchia sociale verticale, alla formazione di piccole bande dedite al saccheggio e alla violenza, fino alla creazione di piccole società matriarcali.

Unico elemento costante le interminabili feste notturne, sempre più triviali e alcoliche.

Nessuno, nemmeno ai piani più alti, sembrava accorgersi del contrasto fra la gran classe dei partecipanti alla feste e lo stato di cadente abbandono dell’edificio.

Per Ballard la caduta di tutte le inibizioni umane riporta alla luce tutti quegli istinti primordiali – fame, sesso, territorio – che si erano persi nel corso dei millenni.

Il condominio è un romanzo disturbante.

Pur nella sua brevità riesce ad essere denso di avvenimenti, spunti e atrocità e in alcuni capitoli è necessario un ritmo di lettura più lento. Ogni tanto è necessario uscire da quella sinistra struttura e respirare un po’ di aria fresca per non rimanere troppo invischiati nei suoi miasmi.
Disturba la rapidità con cui tutto avviene, soli tre mesi.

Disturba la facilità con cui i personaggi accettano quello che sta accadendo e la loro nuova natura. Chiunque, in qualunque momento può trasformarsi in un mostro.

Ma a disturbare è soprattutto la scrittura fredda e asettica di Ballard: uno sguardo impietoso puntato sulle pressioni psicologiche e fisiche provocate dalla vita in un immenso condominio come questo.

Fin dall’incipit

Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva […]

Ballard descrive una serie di situazioni al limite dell’incredibile, una serie di dettagli truculenti, una serie di pensieri e fantasie folli come se fossero normali: una cronaca inevitabile del nostro futuro.

Per lui quella descritta non è una possibile realtà, ma l’unica inesorabile realtà.

Laing guardò il grattacielo vicino, a quattrocento metri di distanza. […] Già si vedevano i raggi luminosi delle torce elettriche che scrutavano il buio, e gli inquilini facevano i primi confusi tentativi di capire dove si trovavano. Laing li guardava soddisfatto, pronto a dargli il benvenuto nel loro nuovo mondo.

L’occhio acuto di Ballard già nel 1975 si era focalizzato sui drammi e sui pericoli di una società dei consumi meccanizzata e metropolitana.

Ma non è solo per questo motivo che nell’introduzione ho descritto questo romanzo come ancora attuale.
In questo condominio completamente indipendente io ho rivisto le tracce del nostro pianeta: entrambi sono un sistema chiuso, con un numero finito di risorse da condividere e gestire.
Ma soprattutto da custodire.

Ma ciò che interessava Royal era come gli inquilini erano diventati esageratamente violenti nell’interazione con l’edificio, maltrattando deliberatamente gli ascensori e l’impianto di condizionamento, sovraccaricando l’impianto elettrico. Quelle negligenze di fronte ai propri interessi erano il riflesso di un mutamento nelle loro priorità mentali e forse dell’emergere del nuovo ordine sociale e psicologico che Royal aspettava.

Siamo certi di voler continuare verso l’inesorabile destino prospettato da Ballard?

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