Jane Austen: essere uno scrittore donna

Duecento anni fa in questo stesso giorno (18 Luglio) moriva Jane Austen. È una delle scrittrici inglesi più famose, eppure da molti viene considerata – spesso dalle sue stesse estimatrici -un’autrice esclusivamente al femminile e la promotrice di un ideale di donna sottomessa.

Queste considerazioni errate mi hanno portato a riflettere su cosa significasse e comportasse essere una donna scrittrice nell’Ottocento e quali differenze ci siano con l’attualità.

Non si può comprendere quanto sia stata coraggiosa la scelta della Austen di “vivere della propria penna” se non si conosce la condizione femminile nell’Ottocento.

La vita di una donna del ceto medio-alto era confinata all’interno delle mura domestiche dove riceveva un’educazione infima rispetto a quella dei suoi fratelli incentrata sopratutto sulla musica, sul ricamo e sulle lingue. Non poteva lavorare e guadagnarsi da vivere da sola, pena l’essere bandita dalla società, solo raramente poteva ereditare o possedere proprietà. Anche dal punto di vista legale era assoggettata ad una figura maschile. L’unica fonte di sostentamento e sopravvivenza possibile era all’interno del matrimonio.

Per queste motivazioni la scelta di Jane Austen di rifiutarlo per potersi dedicare alla scrittura è stato un atto di coraggio e dedizione, nonché fonte di forti difficoltà. Questa scelta la rese infatti completamente dipendente dalla generosità dei propri fratelli. Anche dal punto di vista lavorativo: non potendo trattare direttamente con gli editori, fu il fratello Henry che si incaricò del compito.

Ragione e sentimento, pubblicato nel 1811 le rese il primo – anche se poco sostanzioso – guadagno, ma fu Orgoglio e Pregiudizio a procurarle un discreto successo in vita.
Nonostante questo il mondo culturale e letterario dell’epoca l’ha ignorata, i nipoti hanno provato a darcene l’immagine di una zia modello che scriveva per passatempo, e lei stessa non firmava i suoi romanzi nel timore che ciò potesse ledere la sua reputazione.

Alcuni potrebbero ritenerlo un caso isolato se non ci fossero le testimonianze di altre scrittrici sue contemporanee.
Le sorelle Brontë hanno pubblicato i romanzi Jane Eyre, Cime tempestose e Il segreto della signora in nero sotto gli pseudonimi maschili di Currer, Ellis e Acton Bell. Questo ha permesso loro di trattare argomenti che, in epoca vittoriana, erano considerati poco adatti a una donna. Infatti, quando si scoprì la loro vera identità, malgrado il successo già raggiunto le loro opere vennero considerate grossolane e brutali e loro stesse definite scrittrici quasi asessuate.

Stesso discorso vale per Mary Anne Evans, meglio conosciuta come George Eliot. Bisognerà aspettare Virginia Woolf affinché la condizione della donna scrittrice, ma più in generale del rapporto delle donne con la cultura, venga analizzato. Nel saggio Una stanza tutta per sé infatti la Woolf ripercorre la storia letteraria della donna e rivendica per il genere femminile la possibilità di essere ammesso ad una cultura che fino a quel momento si era rivelata si esclusivo appannaggio maschile.

E oggi? La situazione è cambiata?

Un piccolo aneddoto. Tutti conoscono la scrittrice J.K. Rowling ma pochi sanno che anche questo può considerarsi uno pseudonimo. Il suo vero nome è infatti Joanne Rowling, ma l’editore le consigliò di utilizzare solo l’iniziale – a cui poi aggiunse la K. che sta per Kathleen, il nome della nonna paterna – per dare l’impressione che il libro fosse stato scritto da un uomo, così da non precluderle una fascia di mercato.
Anche un’analisi sull’assegnazione di premi e sulle partecipazioni nei media e negli spazi culturali evince uno squilibrio a favore dei colleghi uomini.

Indubbiamente la situazione è migliorata rispetto agli inizi dell’Ottocento, ma ancora resta forte una discriminazione di genere anche nel mondo dell’editoria. E moltissimi sono ancora gli stereotipi dietro cui ci trinceriamo. Quante volte sentiamo dire: “Nel mio programma/palinsesto/pagina ci sono poche donne perché la qualità del lavoro culturale delle donne è minore. Non ci sono nomi di donne prestigiosi e autorevoli come quelli degli uomini. Ma se ragioniamo per categorie, allora dovremmo mettere anche le quote gay, le quote stranieri, le quote per tutto.”

Jane Austen e tutte le sue colleghe sono donne che non parlano alle donne, ma parlano anche di donne. E questo non rende la loro letteratura di nicchia o inferiore; tutte le passioni, gli interessi che di solito si associano alle donne non sono di nicchia o inferiori.
Come ha scritto Michela Murgia in un articolo:

Pensare che gli uomini possano parlare per tutti mentre le donne solo per le donne è un pregiudizio di genere.

Abbiamo ancora molta strada da fare per scollarci gli stereotipi e le associazione che in centinaia di anni di cultura patriarcale hanno inevitabilmente plasmato la nostra mente.

Ma non bisogna arrendersi, non bisogna accontentarsi di vivere in questa quasi-parità.

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