La Valle della Paura

“Al momento vedo solo due punti fermi – una grande mente a Londra e un morto nel Sussex. È la catena che congiunge questi due punti che dobbiamo trovare.”

Invito alla lettura: Un giallo di stampo classico in cui uno strano omicidio ci porterà nel selvaggio west fra massoneria, struggenti amori e minatori. Un caso in cui Sherlock Holmes si divertirà a stupire i detective – e il lettore – con teatralità e colpi di scena.

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Finalmente ho riaperto la porta del 221B di Baker Street. Nel loro salotto Sherlock Holmes e John Watson sono intenti a decifrare un messaggio criptato che li porterà al Castello di Birlstone.

La Valle della Paura è il quanto e ultimo romanzo del ciclo di Sherlock Holmes – seguiranno poi solo altre due raccolte di racconti – e sebbene sia stato scritto nel 1915 l’episodio si svolge anni prima della morte di Moriarty.

La struttura di quest’opera ricalca quella del suo primo romanzo Uno studio in rosso. Entrambi sono divisi in due parti: nella prima metà ci viene presentato il caso e la sua soluzione, nella seconda veniamo a conoscenza della vicende passate che hanno portato al crimine.

Sono rimasto confinato per due giorni, e ho passato tutte le ore di luce […] a redigere il mio racconto. È a sua completa disposizione – sua e dei suoi lettori. Ecco qui la storia della Valle della Paura.

In entrambi i casi il passato dei protagonisti ci porta indietro in una California selvaggia fra cercatori d’oro, società segrete e omicidi.

Pur ritornando molti degli elementi caratteristici della indagini scritte da Arthur Conan Doyle – l’analisi delle impronte, l’attenzione ai piccoli dettegli,

Per quanto ci pensi e ci ripensi, torno sempre a quell’unica domanda fondamentale – perché un individuo atletico dovrebbe esercitarsi su un attrezzo così poco naturale come un solo manubrio?

la fiducia nel proprio intelletto –

Eppure, non dovrebbe esistere combinazione di eventi che l’intelligenza umana non riesca spiegare.

ci troviamo di fronte ad un caso in cui gli indizi sono pochi e non tutti ci vengono rivelati subito da Sherlock, che in quest’opera più che in altre rivela la sua anima teatrale.

Dentro di me c’è il tocco dell’artista che esige sempre una buona messa in scena.

Inoltre – in particolar modo la secondo parte – ruota intorno a temi inusuali per un poliziesco dell’epoca: spionaggio e infiltrazioni sotto copertura.

Mi è dispiaciuto veder relegata la figura del dottor Watson a semplice narratore – pochissime le sue apparizioni in scena e i dialoghi – sostituito dai due investigatori.

Anche Moriarty è confinato all’essere una semplice ombra a Londra.

Purtroppo anche questo caso è stato risolto e devo lasciare Sherlock e Watson a godersi un po’ di tranquillità nel loro salottino prima che il gioco abbia di nuovo inizio.


6/17

Quando inizio la lettura di un’opera di Arthur Conan Doyle so di andare sul sicuro. Mi piacciono soprattutto i romanzi che permettono un più ampio respiro all’indagine e alla caratterizzazione dei personaggi. La seconda parte all’inizio mi è apparsa lenta e non riuscivo a comprendere cosa aggiungesse alla prima. Ma si è fatta abbondantemente perdonare grazie all’esotismo – il selvaggio west continua a conservare tuttora il suo fascino – e al finale insolito. In più sono certa che tutti gli appassionati della serie Sherlock BBC abbiano ritrovato le citazioni a questo romanzo nell’episodio “01×02 Il banchiere cieco”.

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